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Il pettegolezzo, un romanzo collettivo

Tutti sorvegliavano tutti. Bisognava assolutamente conoscere le vite degli altri – per poterle raccontare – e rendere la propria inaccessibile – perché non fosse raccontata. Un complicato equilibrio strategico fra «cavare le informazioni» a qualcuno senza che se ne accorgesse e, di contro, non sbottonarsi in nessun modo, lasciarsi andare giusto su faccende «di poco conto, che si possono sapere». Il passatempo preferito era guardare le persone, all’uscita del cinema, all’arrivo dei treni, la sera, alla stazione. Qualsiasi assembramento era di per sé una ragione più che sufficiente per prenderne parte. La fiaccolata notturna o il passaggio della corsa ciclistica fornivano l’occasione per godersi tanto lo spettacolo in sé quanto la vista dei presenti, per tornare a casa e raccontare chi altro c’era e con chi. Si osservava ogni comportamento, si sviscerava ogni azione fino al movente più recondito, si mettevano assieme piccoli segnali che, accumulati e interpretati, andavano a formare la storia degli altri. Un romanzo collettivo il sui senso generale era costituito dai frammenti di racconto e dai dettagli apportati da ciascuno, e che, a seconda delle persone riunite in negozio o a tavola, poteva riassumersi con «è una persona a modo» o «è una donna di poca cosa».

(Annie Ernaux – “La vergogna”)

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Vergogna e coscienza

Ci vergogniamo di troppe cose, del nostro aspetto e delle nostre convinzioni passate, della nostra ingenuità e della nostra ignoranza, della sottomissione e dell’orgoglio che abbiamo dimostrato una volta, della transigenza e della intransigenza, di tante cose proposte o dette senza convinzione, di esserci innamorati di chi ci siamo innamorati e di essere stati amici di chi lo siamo stati, le vite sono spesso tradimento e negazione continui di ciò che vi è stato prima, si sconvolge e si deforma tutto man mano che passa il tempo, e tuttavia continuiamo a essere coscienti, per quanto vogliamo ingannare noi stessi, che teniamo dei segreti e racchiudiamo in noi dei misteri, anche se la maggior parte di questi sono banali.

(Javier Marías – “Domani nella battaglia pensa a me”)

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Quel che è necessario può essere anche giusto

… forse ho usato con leggerezza la parola «giustizia», questo è un concetto molto difficile, sempre soggettivo contrariamente a ciò che si vuole e si pretende, e senza dubbio non prevale mai, almeno in questo mondo, perché questo succedesse il condannato dalla giustizia dovrebbe essere assolutamente d’accordo con quella condanna, e succede di rado, soltanto in casi estremi di contrizione e di pentimento non troppo credibili. Addirittura arriverei ad affermare che quando succede è perché il condannato è stato fatto abdicare alla sua propria idea di giustizia, è stato convinto con minacce e con argomenti, tanto vale, e gli si è fatto adottare il punto di vista dell’altro, del suo contendente, del favorito dal fallo, oppure quello comune, quello della società del suo tempo, e, siamo sinceri, quello della società non è mai proprio lo stesso di nessuno, è soltanto del tempo: il punto di vista comune a tutti, o alla maggioranza, non è mai il proprio se non nella misura in cui ciascuno desidera non rimanere ai margini dell’insieme, e transige. Diciamo che è una semplice concessione della soggettività, un rattoppo. Nessun condannato esclamerà con soddisfazione e sollievo: «È prevalsa la giustizia». Questo significa sempre: «La giustizia ha coinciso con me e con la mia idea previa». Il condannato dirà al massimo: «Rispetto la sentenza», o «Accetto il verdetto». Ma non è la stessa cosa accettare o rispettare ed essere completamente d’accordo, è di più, se qualcosa come la giustizia obiettiva esistesse davvero, allora non ci sarebbe bisogno di processi e gli stessi condannati esigerebbero la condanna, in realtà non vi sarebbero delitti. Non verrebbero commessi, o meglio, non esisterebbe il concetto di delitto, nulla lo sarebbe, perché nessuno fa nulla convinto della sua ingiustizia, almeno non nel momento di farlo, la nostra idea di giustizia muta a seconda delle nostre necessità, e consideriamo sempre che quel che è necessario può essere anche giusto.

(Javier Marías – “Domani nella battaglia pensa a me”)

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… e cada la tua spada senza filo

Questo è ciò che fa il panico ed è ciò che di solito porta alla perdizione quanti lo subiscono: fa credere loro che, immersi nel male o nel pericolo, siano tuttavia in salvo. Il soldato che resta in trincea quasi senza respirare e immobile pur sapendo che tra poco sarà presa d’assalto; il passante che non vuole mettersi a correre quando si accorge che dei passi lo seguono nella notte a tarda ora in una strada buia e isolata; la puttana che non chiede aiuto dopo essere salita su una macchina le cui sicure si chiudono automaticamente e dopo essersi resa conto che non sarebbe mai dovuta andare con quell’individuo dalle mani così grandi (forse non chiede aiuto perché non si considera del tutto in diritto di farlo); lo straniero che vede abbattersi sulla propria testa l’albero che è stato colpito dal fulmine e non si scosta, ma lo guarda cadere lentamente sul grande viale; l’uomo che vede un altro uomo procedere in direzione del suo tavolino con un coltello in mano e non si muove né si difende, perché crede che tutto ciò non gli stia capitando davvero e che quel coltello non si conficcherà nel suo ventre, il coltello non può avere la sua pelle e le sue viscere come destinazione; o il pilota che vede il caccia nemico riuscire a collocarsi dietro di sé e non fa l’ultimo tentativo per uscire dal suo mirino con una acrobazia, nella certezza che se anche avesse tutti i vantaggi, l’altro mancherebbe il bersaglio perché stavolta è “lui” il bersaglio«Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo.»

(Javier Marías – “Domani nella battaglia pensa a me”)

 

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Compiere una funzione

C’è una cosa che ammiro: il suo appagarsi di vivere; c’è una cosa che mi colpisce e mi rende sospettoso: il suo appagarsi di rinchiudere la sua vita su di me, di fermarsi a me. Come può un essere fermarne un altro, per sempre? Essere un fine per Jeanne mi disgusta di me stesso non meno che di lei. Ma so bene che in fondo non si tratta né di me né di lei. Il particolare del mio io e del suo conta poco nel travaglio del suo istinto; per lei si tratta di compiere una funzione. Ciò che tenta di fare con me è un focolare.

(Pierre Drieu La Rochelle – Diario di un delicato)

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Racchiuso tra due parentesi

Corsi al suo capezzale e lo trovai con gli occhi aperti. «Cosa c’è papà?» domandai. «Cosa vuoi?» Gli occhi erano vitrei, ma al suono della mia voce girarono lentissimamente, percorrendo una grande distanza, finché li ebbi puntati addosso. Ho detto puntati addosso, ma in realtà si fissarono su un punto immediatamente di fronte a me e uno subito dietro di me, così che mi trovai come racchiuso tra due parentesi, nella terra di nessuno del suo sguardo.

(“La morte asciutta” – Anatole Broyard)