Citazione

La nostra voce

Passò ancora tanto tempo: giorni, mesi, anni…
chissà, non chiedetemi esattamente quanto restai ad attendere.
Non misuriamo il tempo nello stesso modo, non saprei come rispondervi.
Fu allora, in quella mia immobile attesa insieme a tanti altri sassi,
che mi resi conto di quanto fossimo incredibilmente diversi gli uni dagli altri, ma questa consapevolezza non mi turbò affatto: la nostra diversità
mi apparve piuttosto una grande ricchezza.
Il colore, la forma e la dimensione di ciascuno di noi sono la nostra voce.
Vi racconta da dove veniamo, quanta strada abbiamo percorso,
quale potente, grandioso processo ci ha generati e quanto,
tutti insieme, rendiamo variopinta la superficie di questo pianeta,
trasformandola in un eterno divenire.

(“Storia di un sasso” – di Rita Cesareo con illustrazioni di Davide M. Lucchesi)

Filastrocca rampicante…

Illustrazione di Annalisa Premoli

… che s’inerpica sui muri
sulle finestre e sugli scuri
e catapulta la fantasia
dritto dritto in casa mia

impazziscono le mensole
i fornelli, penne pentole
tutti i libri sparpagliati
sul parquet disordinati

pianto un urlo delirante
nel bel mezzo dell’istante
non ammetto confusione
nella mia amata collezione 

poi una voce senza volto
raggiunge subito il mio ascolto
non pensarci, non è ora
tutto poi vedrai migliora

quel che domanda a te il momento
è di star calmo e spento
mentre tu t’affliggi invano
disperata sul divano

la tua stanza gira in tondo
vuole muovere tutto il mondo
e la favola si compie
dura l’attimo, poi si rompe

ora capisci perché complotto
a metter caos nel tuo salotto
perché sei rigida, intransigente
sei come tutta l’altra gente

che a testa bassa cammina e passa
oltre le cose, una comparsa
mentre il mondo si compie altrove
non è il reale, è quel dove 

che vive dentro i cuor contenti
e non in quelli dei sogno-esenti
orsù comprendi ciò che ti mostro
e lascia alla fantasia il suo posto

gira lo sguardo, guarda più in là
lo vedi anche tu c’è un maragià
c’è un mondo pieno di cose strambe
millepiedi con cento gambe

gente che ha perso per strada i nasi
e bimbi che dormono dentro ai vasi
a cercar sempre il senso di tutto
si fa fatica e soprattutto

cerca di qua cerca di là
la vita scorre in un quaquaquà
la fantasia non premia il mansueto
ma chi rilascia un sonoro peto.

Soli

Ripubblico con la bella illustrazione di Annalisa Premoli.

corrusco

Illustrazione di Annalisa Premoli

Sono Sol Boccone, sempre affamato,
non ho naso, né orecchi ma una bocca ce l’ho. E ho tanti denti, ohibò, ohibò.

Sono Sol Leone, delle stelle il re,
se hai capito chi sono, allora di’ trentatre.

Sono Sol Levante, potente, intrigante,
dipinto nel mezzo di una bandiera urlante.

Sono Sol Stizio, di tutti il più fermo,
o mi vesto d’Estate o mi vesto d’Inverno.

Sono Sol Diesis, ho cinque dita e tante mani
suono musica dal vivo, nei continenti africani.

Sono Sol Letico, ho un cuore contento,
faccio ridere il mondo e nemmeno un lamento.

Sono Sol Lievo, con me puoi star certo,
che troverai pace se hai tanto sofferto.

Sono Sole, senza aggettivi, un pezzo alla volta illumino il mondo,
non è colpa mia, è lui che è rotondo.

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Rime a braccetto

Illustrazione di Annalisa Premoli

Il tuono va col lampo
la voce con il canto

Il lupo e Cappuccetto
Pinocchio con Geppetto

Il rosso va col nero
Il cavaliere e lo scudiero

Il mondo e il girotondo
Gioconda con Giocondo

Biancaneve e i sette nani
I piedi e le mani

I cugini di campagna
Maometto e la montagna

Il brutto e l’anatroccolo
Il monello con il moccolo

L’asino e il bue
Il tre dopo il due

Il fiore all’occhiello
Io e mio fratello

Il cielo a pecorelle
La luna e le stelle

A braccetto van le rime
In un gioco senza fine

Continualo tu
Partendo dal blu

Il pigro Re

Illustrazione di Tonia Riccardi

C’era una volta un Re che assomigliava a te
diceva io son Re e questo è il mestieRe
tutti i giorni sveglia tardi, zero affanni, zero azzardi
viveva di pochi espedienti e dei suoi baluardi

Aveva un vecchio padre, pure lui un Re
che spesso gli diceva «Vai a lavoraRe»,
«Ma padre che m’importa io tanto mangio e bevo
perché devo patire quando mi posso divertire»

E il vecchio padre stanco lasciava la partita
contro un figlio pigro non vale la fatica;
ma poi prima del sonno il vecchio padre Re
capiva la morale e diceva tra sé

Son io che l’ho educato a fare il pigro Re
come posso ora obbligarlo a lavoraRe
ha tutto per diritto, cavalli servitori, castelli terreni e pure tanti ori
inutile pensare che un giorno poi migliori

Così il vecchio Re decise di partire
tanto valeva vivere, prima di morire
troppo era il dolore provocato da quel figlio
che impigriva nell’incanto del suo fatale abbaglio

E nel castello enorme rimase il Re infingardo
con qualche servitore e il fido San Bernardo
la vita ora una pacchia, senza il vecchio fracchia
tutti i giorni a far niente, inevitabilmente

Ma dopo qualche mese o anno o settimana
disteso come un cencio sulla sua ottomana
sentì dentro al suo petto che il cuore rallentava
e dalla bocca uscire un rivolo di bava

Era la noia che prendeva il sopravvento
e che dava al pigro Re l’ultimo avvertimento:
stai attento a come vivi ché il tempo non è eterno
e se non cambi andazzo avrai solo l’inverno

Non credere a chi dice che tu sei un bravo Re
il bravo Re è colui che sa lavoraRe
sei molle pigro e stupido, vivacchi senza brivido
su quella pelle flaccida mai un graffio, mai un livido

A esser Re così, chi vuole dir di sì
meglio stare in disparte, a far la propria parte
vivere significa aver passione e incanto
mentre nella pigrizia cresce solo il rimpianto

Guardati bene attorno, nulla ti è dovuto
non sei Re per niente, sei solo un deficiente
i veri Re son umili e pronti al sacrificio
a te persino stanca usare il dentifricio

Lo so che non è facile, che sembra una fatica
ma esci dalla noia e gioca la partita
ascolta il vecchio padre e il suo ammonimento:
VIVI FIGLIOLO MIO, QUESTO È IL TUO MOMENTO.

 (Ho pubblicato un piccolo estratto di questa filastrocca sul blog il 27 luglio 2017 dicendo che avrebbe fatto parte di un progetto editoriale più ampio, in collaborazione con l’illustratrice Tonia Riccardi. Ma poi la vita e i suoi molteplici accadimenti…

Citazione

Per esempio, la guerra

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

(“Promemoria” di Gianni Rodari)

Citazione

Una sedia

Quella mattina avevo scoperto i vulcani, avevo cantato la canzoncina dei girini che diventano rane e avevo disegnato un uccellino.
Poi, dopo pranzo, arrivò la guerra.

Arrivai a una scuola e guardai dentro dalla finestra. Stavano scoprendo i vulcani, stavano cantando e disegnavano uccellini.

(“Il giorno che venne la guerra” – Nicola Davies)

(Nella primavera del 2016 il governo britannico si è rifiutato di dare asilo a 3000 bambini soli figli di rifugiati. Più o meno nello stesso periodo ho sentito la storia di una bambina che non era stata accettata a scuola perché non c’era una sedia per farla sedere. (…) Spero che questa storia ricordi a tutti il potere della gentilezza e la sua forza per dare la speranza in un futuro migliore. Nicola Davies)

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Le strisce di una zebra

C’è una legge che guida gli individui una volta che sono diventati adulti: non cambiare! Un filosofo ha detto, molto tempo fa: “Qualsiasi essere tende a perseverare nel suo essere.” Si chiamava Spinoza. Più volgarmente si dice: “Non si possono cambiare le strisce di una zebra.” In altri termini, come uno è fatto, è fatto. Per contro, un ragazzo è ancora disponibile, ancora aperto a imparare e formarsi. È per questo motivo che un adulto che crede nella “diseguaglianza delle razze” è più difficile da convincere. I ragazzi, al contrario, possono cambiare. La scuola è fatta apposta per questo, per insegnare ai ragazzi che gli uomini nascono e rimangono uguali nei loro diritti pur essendo diversi, per insegnare che la diversità tra gli uomini è una ricchezza, non un handicap.

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Rifiuto e rigetto

– (…) È più facile diffidare, è più facile non amare piuttosto che amare qualcuno che non si conosce. Sempre la solita tendenza spontanea, quella famosa pulsione di prima, che si esprime con il rifiuto e il rigetto.
– Cosa sono il rifiuto e il rigetto?
– Si chiudono la porta e le finestre. Se lo straniero bussa alla porta non gli si apre. Se insiste, si apre ma gli si impedisce di fermarsi; gli si spiega che è meglio che se ne vada da un’altra parte, lo si spinge via.

(“Il razzismo spiegato a mia figlia” – Tahar Ben Jelloun)