Chiò chiò

Il signor Pantaleo sta facendo un giro al parco dopo pranzo. Scorge un signore seduto su una panchina che sembra avere un’aria molto afflitta.
Gli si avvicina.

«Buongiorno, come va?»
«Eh, tiriamo a campare.»
«C’è qualche problema particolare?»
«No, la solita vita.»
«La vita è bella.»
«Sapesse quanti sacrifici…»
«Tipo?»
«I soliti… può immaginare.»
«No, non li immagino.»
«Ci siamo capiti!»
«Lei è vivo, in salute, ha un bel vestito e oggi c’è pure il sole.»
«Lei la fa semplice…»
«Dice?»
«La casa, il mutuo, la macchina, il lavoro, i figli.»
«Fortunato lei che ha tutte queste cose.»
«Sì, ma sapesse che sacrifici.»
«Può sempre rinunciare a qualcosa.»
«E a cosa? Impossibile, impossibile amico mio. La società impone uno standard di vita, sa com’è…»
«Quindi lei non è contento della vita che ha. Chi gliel’ha imposta la vita che ha?»
«Beh, la società… la famiglia…»
«Ma che dice, per dio, questa è l’unica vita che ha, ne è consapevole?»
«Ma certo, cosa crede, non sono sprovveduto. Solo, mi scusi, ora devo andare…»
«La vita è bella, se lo ricordi…»
«Sì, sì… mi scusi scappo ché se mi chiude il negozio Tim sono rovinato.»

Il signor Pantaleo rimane solo di fronte alla panchina vuota. Un passero si posa sulla sua spalla.
«Almeno tu, amico pennuto, sei contento?»
«Chiò chiò

 

 

Tornare dalle vacanze

«Tu che fai appena torni da una vacanza?»

«Faccio una lavatrice.»

«E la seconda cosa che fai?»

«Stendo i panni.»

«…»

«Comunque io al fare la lavatrice e allo stendere i panni inizio a pensarci già qualche giorno prima che termini la vacanza. È un modo come un altro per alleviare la nostalgia, credo.»

 

Il sogno del signor Pantaleo

Domenica pomeriggio. In preda a una sonnolenza postprandiale il signor Pantaleo si distende sul divano e inizia a ronfare.

Di lì a poco sogna.

Nel sogno il signor Pantaleo è nel giardino condominiale. Qui un gruppo di nani da giardino è intento a potare le piante.

Il signor Pantaleo si avvicina a uno di loro: “Buondì sono il signor Pantaleo e abito al settimo piano, non vi ho mai visti da queste parti, chi siete?”

“Salve signor Pantaleo del settimo piano, noi siamo i nani da giardino e facciamo capo a una cooperativa di nani giardinieri. Siamo specializzati in siepi e piante basse.”

“Chi vi ha ingaggiati?”

“Il ragionier Guardolontano.”

Il signor Pantaleo sospira e con lo sguardo passa in rassegna i nani da giardino. Sono cinque e non sette come s’immaginava.

“Di quanti nani si compone la cooperativa?” domanda incuriosito.

“In totale siamo 275, ma oggi siamo solo in cinque perché gli altri 270 sono ammalati.”

“Opperbacco, perdindirindina…”

“Un brutta epidemia caro signore, una brutta epidemia. Si manifesta dapprima con una febbre molto bassa, poi con diarrea, vomito e infine con pustole su tutto il corpo. I nostri colleghi, al momento, sono ricoverati in quarantena presso l’ospedale pubblico della contea.”

“E voi? Voi come siete scampati all’epidemia?” E nel formulare la domanda uno dei nani si accascia al suolo. Poi un altro e un altro ancora.

“Signor Pantaleo le chiedo di allontanarsi. Il virus è contagioso e se colpisce un lunguomo è la fine…”

Il signor Pantaleo senza por tempo in mezzo vira su se stesso e infila la porta dell’ascensore (che nel sogno è in mezzo al giardino condominiale). Cerca il pulsante del settimo piano ma sulla tabella ci sono solo numeri pari. Due/quattro/sei/duemilaventiquattro. Schiaccia il sei. Quando la porta si apre – dopo un tempo oniricamente infinito – è su un pianerottolo grande come una piazza di paese ricoperto di marmo blu. Ma dove sono finito? domanda tra sé il signor Pantaleo.

I sogni pomeridiani, per chi non lo sapesse, sono i più ingannevoli, scaturiscono dalla digestione e arrivano fino al cervello carichi di zuccheri. Lo zucchero fa malissimo all’attività onirica. Di solito i sogni zuccherini risultano grotteschi e intransitivi.

Il signor Pantaleo si ritrova in altre dimensioni (non in un’altra dimensione, attenzione). Lo spazio intorno è grandissimo mentre lui è piccolissimo, più corto di un underscore per intenderci. Si guarda intorno con cauta circospezione (cauta circospezione: un requisito fondamentale per chi pratica l’attività onirica) e dopo un po’ nota un pertugio nella parete. Piccolo piccolo.

Vi si avvicina.

Cauto.

E.

Circospetto.

“Ohilà, chi è là?”

“Sono il signor Pantaleo, abito al settimo piano.”

“Ma qui siamo al sesto.”

“Lo so, infatti vorrei capire come raggiungere il mio piano.”

“Chi ha un piano non faticherà a raggiungerlo.”

“Be’, questo lo dice lei!”

“Questo lo dice l’esperienza!”

“Ma così non mi è d’aiuto… posso entrare?”

“NO. Stia lì sulla soglia e mi ascolti bene. Questo, se non l’avesse capito, è un sogno. Se lei ora varca la soglia del pertugio le sarà difficile riemergere alla realtà. Qui siamo nell’ipogeo, nella parte più sotterranea dei sogni… non l’ha letto il cartello all’ingresso?”

“Quale cartello?”

“Faccia un passo indietro e mi dica cosa legge…”

Il signor Pantaleo fa un passo indietro. Accanto all’ingresso del pertugio c’è un cartello rosso con le scritte bianche. Come ho fatto a non notarlo prima, si domanda.

La voce dal pertugio: “Perché era impaurito e perché appena ha visto il pertugio ha pensato si trattasse di una via d’uscita. Un classico errore di valutazione. Legga, dunque, legga.”

“SE ENTRI SEI DENTRO. SE NON ENTRI SEI FUORI. RIFLETTI SU QUESTE DUE POSSIBILITÀ E POI SCEGLI LA TERZA VIA.”

La terza via? pensa, ma è già tardi. Il sogno è finito. Il signor Pantaleo apre gli occhi.

Nel salotto della casa del signor Pantaleo al settimo piano le tapparelle sono abbassate e il vento, un limpido vento d’inizio primavera, un vento arrivato da poco, fa tremare un po’ tutto. Le porte, le tapparelle, le tende da sole (e pure quelle in compagnia).

Il signor Pantaleo ha la bocca impastata e una gran sete. Nel giardino condominiale qualcuno sta potando una siepe.

 

Palle di neve

Il signor Pantaleo è infuriato perché qualcuno si diverte a gettare palle di neve sul suo balcone.

“Ehi tu, lassù, che combini?”, grida il signor Pantaleo dalla finestra.

“Non c’è nessuno quassù!”, risponde la voce.

Quindi il signor Pantaleo chiude la finestra e ritorna a sedere nella posizione del fachiro.

Un’altra palla di neve cade sul balcone.

“Ehi tu, ora mi hai stufato, qui si lavora”, grida il signor Pantaleo dalla finestra.

“E qui si vive”, risponde la voce.

Quindi il signor Pantaleo chiude la finestra e ritorna a sedere nella posizione del fachiro.

Altra palla di neve.

“Quando è troppo è troppo”, dice tra sé il signor Pantaleo.

Quindi prende il telefono e chiama l’amministratore di condominio.

“Pronto?”

“Pronto, sono il signor Pantaleo, l’inquilino dell’ultimo piano.”

“Buondì, mi dica.”

“Volevo comunicarle che qualcuno si diverte a gettare palle di neve sul mio balcone.”

“Dal basso o dall’alto?”

“Cosa intende?”

“Le palle di neve cadono dal basso o dall’alto?”

“Dall’alto, che diamine!”

“Ummm… Ha provato a dissuaderlo?”

“Certo che ci ho provato.”

“E ha ottenuto risultati?”

“Non mi sembra, l’ho chiamata apposta.”

“Cosa vorrebbe che io facessi nell’ambito delle mie competenze?”

“Potrebbe, di grazia, ingiungergli di smetterla?”

“Certo che potrei.”

“Bene, allora conto su di lei.”

Quindi il signor Pantaleo chiude la telefonata e ritorna a sedere nella posizione del fachiro.

Ma un’altra palla di neve si schianta sul balcone.

“Adesso basta. La smetta subito, ha capito?”, grida il signor Pantaleo dalla finestra.

“Non posso, abbia pazienza. Non sono mica qui per divertirmi”, risponde la voce.

“E come faccio a concentrarmi, me lo dice?”

“Non saprei. Ha provato a telefonare all’amministratore?”

“Certo, è la seconda cosa che ho fatto?”

“Ottimo. E cosa le ha detto l’amministratore?”

“Che le avrebbe ingiunto di smettere. L’ha fatto?”

“Non ancora.”

“Capisco.”

Un’altra palla di neve si schianta sul balcone.

“Ma che impertinenza!”

“Non se la prenda, suvvia. Ognuno ha il suo daffare a questo mondo, non trova? Capita che ci si intralci, ma non bisogna prendersela? Lei per caso se l’è presa?”

“Non proprio, in fondo si tratta di palle di neve.”

“Bene, vedo che s’inizia a ragionare.”

“Ma non ha freddo?”

“Certo che ho freddo. E lei che se ne sta affacciato alla finestra non ha freddo?”

“Certo che ne ho.”

“Allora le consiglio di rientrare e di mettersi al calduccio”.

“Grazie, lo farò.”

“Arrivederci, allora.”

“Arrivederci a lei. E se dovesse contattarla l’amministratore dica pure la questione è risolta.”

“Molto volentieri.”

Quindi il signor Pantaleo chiude la finestra e ritorna a sedere nella posizione del fachiro.

 

 

 

Volare è un po’ morire

Il signor Pantaleo sedeva al posto 24D lontano dal finestrino (lui non sedeva mai vicino al finestrino per una fissa che aveva, la fissa di non voler star seduto vicino al finestrino) e cercava di concentrarsi sul riposo, e più si concentrava e più non ci riusciva, cioè faticava a riposare e il motivo erano gli annunci declamati in più lingue, il duty free, gli snack salati, i profumi delle migliori marche, le offerte del mese, insomma non si vola più per viaggiare, si vola per comprare, pensava il signor Pantaleo, lui che avrebbe voluto solo riposare cinque minuti, leggere era impossibile per via del caos di annunci e del via-vai di carrellini maleodoranti lungo lo stretto corridoio, di tanto in tanto apriva un occhio per vedere se per caso lo scenario intorno fosse cambiato, nulla di invariato, non ci sono più le hostess di una volta, pensava, e degli stewart non mi fido, quindi richiudeva l’occhio per concentrarsi sul riposo, ma niente, il comandante stava dicendo che bisognava allacciare le cinture perché si stava andando incontro a una perturbazione, il signor Pantaleo non aveva bisogno di riallacciare la cintura, non l’aveva mai slacciata, era uno che in fatto di sicurezza sapeva il fatto suo, l’aereo intanto aveva cominciato a vibrare, la perturbazione pareva seria, l’aereo vibrava arditamente, non smetteva, il signor Pantaleo pensava che prima o poi sarebbe passata, ma la perturbazione non passava, allora per sicurezza aveva aperto entrambi gli occhi, tutti se ne stavano fermi con le cinture allacciate, nessun carrellino nei paraggi, sembrava che la paura avesse messo a tacere tutti finalmente, ma all’improvviso l’annuncio dello stewart, “compra un gratta e vinci a soli due euro ne avrai uno in omaggio, sfida la fortuna”, la perturbazione non passava, l’aereo vibrava, lo stewart stava ripetendo l’annuncio in inglese, un bambino frignava, “ladies and gentlemen”, il signore che occupava il posto 24C vicino al finestrino aveva le mani giunte e lo sguardo assorto, il signor Pantaleo lo scrutava di sottecchi, ammirava quelli che sedevano vicino al finestrino, lungo il corridoio una delle hostess distribuiva gratta e vinci, la perturbazione si stava affievolendo, qualcuno si era alzato per andare in bagno, il signore vicino al finestrino aveva preso una moneta e aveva iniziato a grattare, il bambino frignava come un disperato, il signor Pantaleo aveva richiuso gli occhi…