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L’incontrario delle frontiere

Non gliel’ho ancora detto, era un gran lavoro, c’era da montare un ponte sospeso, e io ho sempre pensato che i ponti è il più bel lavoro che sia: perché si è sicuri che non ne viene del male a nessuno, anzi del bene, perché sui ponti passano le strade e senza le strade saremmo ancora come i selvaggi; insomma perché i ponti sono come l’incontrario delle frontiere e le frontiere è dove nascono le guerre.

(Primo Levi – “La chiave a stella” )

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Non ci sono più i “giovani” di una volta

Mi ritrovo qui, sul divano, con il cellulare in mano e le farfalle nello stomaco. L’ambiguità del sentimento che suscita tale sensazione è piuttosto rara: il sollievo della fine del tanto agognato esame di Stato e la fine di un’era. Ci si lamenta sempre del liceo, del continuo impegno e dell’instabilità psico-fisica che genera uno studio intenso ma giustamente formativo. Questi 5 anni non sono riducibili ad una conoscenza puramente nozionistica, abbiamo lentamente costruito una cultura che comprendeva anche la relazione con gli altri e l’imparare nel piccolo ma grande nucleo sociale, che è la scuola, i valori più importanti. Vi voglio bene (la maggior parte del tempo), massa di scalmanati, perché sebbene diversi da me, ci siamo saputi voler bene, scegliendo di farlo nel rispetto e in un clima di confronto. È proprio questo il bello: la diversità non doveva essere una barriera, ma un punto di forza. Abbiamo tanto riso insieme, testimoni di scene a dir poco iconiche che mai dimenticheremo.
(…) Che dire, mi mancherete, mi mancherà il nostro travagliato quotidiano, i professori e le loro particolarità, che ci hanno in qualche modo consolati. Un ringraziamento speciale va alla prof. C. (…). È stata per noi più di un’insegnante, ma questo già lo sa. Ha saputo coniugare la preparazione culturale a una preparazione per la vita, trasmettendoci insegnamenti che porteremo sempre con noi.
Ovviamente un ringraziamento ai prof tutti e alla prof V., dalla cultura profonda e dagli insulti originali, che ci ha sempre spronati a fare meglio, a modo suo.
Insomma, vi odio e vi amo, ci prendiamo sempre in giro ma in fondo, ma proprio al livello dell’inner core della Terra, possiamo trovare anche un po’ di bene e quel po’ di bene durerà più o meno quanto i tempi di attesa della segreteria, quindi siamo destinati a volerci bene per un bel po’, anche se distanti, a causa dei nuovi percorsi di vita, mai lontani.
Buona fortuna per il prossimo futuro! Che tutti possano sentirsi nel posto giusto al momento giusto, ricevendo continue soddisfazioni e nei momenti di sconforto, perché purtroppo sempre ce ne sono, sappiate di poter contare su una seconda famiglia, che saprà sempre ritrovarsi.

(Questo è, più o meno integralmente, il post scritto su Facebook da Anna ai suoi compagni di classe. Anna ha 18 anni e si è diplomata al “Liceo Statale Ischia”. Non importa il voto con cui si è diplomata; ciò che importa è tutto dentro questo post che dovrebbe rendere fieri i genitori, i professori e l’umanità tutta, come credo che sarà. Il mondo a cui Anna indirizza il post è il “suo” – la classe, i professori – ma Anna non sa che questo post ha in sé la potenza del messaggio universale. Quindi grazie Anna, le tue parole mi hanno fatto sentire nel posto giusto al momento giusto. Buona fortuna per il prossimo futuro a tutti voi!) 

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Amare il proprio lavoro

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.
(…) Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.

(Primo Levi – “La chiave a stella”)

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L’armadio con i fiori bucati

“Senza corde #8” – Foto di Daniela Mezzanotte

L’armadio che stava nella camera dove dormivo, a casa di mia nonna, aveva “i fiori” sulle ante. Mia nonna abitava in una frazione di “cinque case”, da adulta scopersi essere venticinque, incastonata sopra a un poggio. A pochi chilometri c’era il mare ma noi non lo frequentavamo. Quelli che chiamavo i fiori erano i pomelli dell’armadio, tardiva fu la scoperta della parola – tardive sono tutte le scoperte – e ogni volta che dicevo “i fiori”, Lella, la serva, replicava: «Ma che vai ricenn’, ché i fiori sono bucati?» Ad agosto venivo mandata dalla nonna perché in città faceva troppo caldo e poi «che fa la creatura tutto il giorno da sola?» Stavo da sola pure a casa della nonna e nemmeno tanto fresca come volevano farmi credere mio padre e mia madre e ricordo che durante la controra non si doveva uscire di casa. Non ho mai saputo dell’esistenza di altri bambini nel paese; io non ne incontrai mai.
Le persiane della mia stanza avevano le assi tutt’ sturzate («è colpa ra’ pioggia, è colpa ru’ sole», Lella sapeva le colpe di tutto) e ricordo che da quelle storzure la luce traseva e i fiori bucati s’illuminavano. Mi annoiavo, quelle ore non passavano mai e mezza addurmuta com’ero, giocavo con le parole, usavo il dialetto che a casa mia non si doveva usare; solo le serve, diceva mia mamma. Durante la controra la nonna e Lella riposavano. La nonna nella camera dall’altro lato del corridoio, Lella su una branda in cucina e ogni volta, prima di ritirarsi diceva: «Alla tua età già stevo a servizio, mica cumm’ a te che nun fai nient’ tutt’ u’ juorn!»; io che avevo appena compiuto dodici anni. Davanti alla nonna però Lella non fiatava, la nonna era l’Autorità. L’Autorità erano anche il medico, il parroco, il Signor avvocato mio padre e mia madre, che era la Signora. Nell’armadio con i fiori bucati mi ci sono nascosta quel giorno che s’è arruvutat’ u’ paese ca’ nisciun’ chiù me truav’; volevo giocare a nascondino e fingevo che con me c’era Nessuno. Quel Nessuno invocato da mia nonna ogni volta che qualche anziana donna passava a farle un saluto; «Nessuno fa compagnia a quella povera creatura», diceva. Dentro l’armadio c’erano le palline di naftalina che emanavano un odore che mi pungeva il naso ma che mi piaceva; il dottore che venne a visitarmi disse che di sicuro era per quello che avevo perso i sensi.
Così da quel giorno all’elenco delle colpe si andò ad aggiungere anche la “colpa della naftalina”. «E’ muort’ e’ chi t’a’ muort’, hai fatt’ arruvut’ tutt’ u’ paese», erano quasi le sette di sera, Lella aveva aperto per caso l’anta dell’armadio – «U’ Gesù», aveva esclamato prima di invocare i morti, «U’ Gesù» – dal corridoio sentivo la nonna avanzare con la sua andatura oscillante, Lella teneva il furore negli occhi e si morsicava la mano, se avesse potuto mi avrebbe «ingut’ e’ mazzate».
«Jesc’ a là’, muovet’», mi aveva ordinato sussurrando, la nonna era quasi nella stanza. In piedi la stanza s’era capovolta; cadendo avevo sbattuto la testa sul pavimento. Lella, lì da presso, s’era spostata. La nonna aveva gridato, non l’avevo mai sentita gridare, la sua voce sottile come i fili che usava per ricamare: «Lella, aiutala per l’amor di Dio!»
Io avevo la gola secca, «Nonna, nonna», andavo ripetendo, volevo l’abbraccio della mia nonna ma la serva m’impediva, mi aveva tirata su di peso e ora mi teneva per le braccia, e stringeva, e mi guardava con occhi di odio, io volevo solo la mia nonna, ma quella stringeva, e stringeva. Così, raccolta la poca saliva che ancora tenevo in bocca, le avevo sputato in faccia. Lella s’era allontanata e al posto dell’odio ora negli occhi le cresceva l’incredulità. Chi ero? Cosa avevo osato? Smise, da quel momento, di rivolgermi la parola; se m’incontrava nel corridoio o in cucina, abbassava lo sguardo. L’anno dopo mia nonna venne portata in una residenza per anziani e io non rividi mai più la casa sul poggio, l’armadio con i fiori bucati, né rividi più Lella.
Ed è strano che oggi mi torni in mente l’episodio dell’armadio. Sarà per colpa della controra e delle persiane di questa casa di villeggiatura, tutte sturzute per colpa ra’ pioggia, per colpa ru’ sole, e forse, più di tutto, per l’odore della naftalina dentro ai cassetti, che continua a pungermi il naso ma che ora non mi piace più.

(Il racconto mi è stato ispirato dalla foto e ringrazio Daniela Mezzanotte di avermene fatto dono)

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Lo Stato, un male inevitabile

I signori erano tutti iscritti al Partito, anche quei pochi, come il dottor Milillo, che la pensavano diversamente, soltanto perché il Partito era il Governo, era lo Stato, era il Potere, ed essi si sentivano naturalmente partecipi di questo potere. Nessuno dei contadini, per la ragione opposta, era iscritto, come del resto non sarebbero stati iscritti a nessun altro partito politico che potesse, per avventura, esistere. Non erano fascisti, come non sarebbero stati liberali o socialisti o che so io, perché queste faccende non li riguardavano, appartenevano a un altro mondo, e non avevano senso. Che cosa avevano essi a che fare con il Governo, con il Potere, con lo Stato? Lo Stato, qualunque sia, sono «quelli di Roma», e quelli di Roma, si sa, non vogliono che noi si viva da cristiani. C’è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Ci fanno ammazzare le capre, ci portano via i mobili di casa, e adesso ci manderanno a fare la guerra. Pazienza!
Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire. La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la rassegnazione, la stessa cupa rassegnazione, senza speranza di paradiso, che curva le loro schiene sotto i mali della natura.

(“Cristo si è fermato a Eboli” – Carlo Levi)

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Libertà

Non tanto la libertà, quanto la libertà di superare il destino era necessaria a un apasa¹, e ciò Pter non sentiva (consentendo così a quella cattolicità che non sfugge alle sbarre della natura, e continuamente ne ribadisce gli orrori).

1. apasa, in breve, non so che volesse dire, se non, forse, (dal nominativo della casa), abitante di case dirute e sole.

(“Il porto di Toledo” – Anna Maria Ortese)

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Al mio tempo

Ciò che mi rimane soprattutto impresso, quando penso al lager, ciò che per così dire mi si fa sempre più vicino, mentre sul posto quasi non si avvertiva, o non si avvertiva più di tutto il resto: gli steli che vibrano sui baluardi rossastri, e il fatto che dappertutto, ovunque ci trovassimo, non si vedesse che il cielo.

(“Diario di antepace” – Max Frisch)

(Dedicato al mio tempo, nel quale si censura il libero pensiero, si elevano barriere, si instillano paure. Finché si continuerà a vedere il cielo, nulla è davvero perduto)