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A proposito dello scrivere

Penso a quello che scrive Brecht nel suo Organon a proposito del cosiddetto “effetto di estraniazione”: l’estraniazione teatrale dovrebbe togliere alle vicende, che subiscono l’influenza di una determinata situazione sociale, quel marchio della familiarità, che oggi le protegge da ogni possibile intervento – e ancora: lo spettatore non dovrebbe immedesimarsi nella vicenda; si dovrebbe anzi impedire che la rappresentazione lo ponga in uno stato di trance; il suo piacere dovrebbe piuttosto consistere nel fatto che, durante la rappresentazione, certe vicende che per lui sono familiari e correnti, subiscono l’estraniazione, per cui egli le considera non in uno stato d’estasi ma di conoscenza, e riconosca ciò che c’è da cambiare, le particolari condizioni a cui un’azione è subordinata; gustare il più alto piacere, dato dalla consapevolezza che possiamo intervenire, nella forma più lieve, perché la forma più lieve dell’esistenza (dice Brecht) è nell’arte… Sarebbe attraente applicare tutte queste considerazioni anche nel campo della narrativa; effetto di estraniazione raggiunto con mezzi linguistici, introdurre nel racconto la consapevolezza che si tratta di un gioco; il gioco dell’arte a carte scoperte, che la maggior parte dei lettori tedeschi giudica “spiacevole” e risolutamente respinge perché “troppo artistico”, perché impedisce di immedesimarsi nella vicenda, perché non crea l’estasi, distrugge l’illusione, vale a dire l’illusione che la storia narrata sia realmente accaduta e via di seguito.

(Max Frisch – “Diario d’antepace”)

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I primi pensieri della mente

Vivevo nella noia delle lunghe giornate assolate sulle colline del New Mexico; all’unico cinema di Taos non ci fu altro da vedere che “Lo squalo” per sei mesi di fila. Avevo fede nell’esistenza di qualcosa di reale sotto la superficie della vita, o nel bel mezzo della vita, ma spesso la mia stessa mente mi conciliava il sonno, o mi distraeva; eppure mente e vita erano tutto ciò che possedevo. Così cominciai a scrivere partendo di lì.
(…)
Quando si comincia a scrivere in questo modo, cioè partendo da noi stessi, può essere necessario accettare di scrivere schifezze per cinque anni, perché dentro di noi ne abbiamo accumulate molte ma molte di più, e siamo stati ben felici di far finta che non ci fossero. Siamo costretti ad affrontare la nostra inerzia, le nostre insicurezze, il nostro odio verso noi stessi, e in ultimo la paura che in realtà non abbiamo niente di significativo da dire.
(…)
Se non avremo paura delle voci dentro di noi, non avremo timore nemmeno delle critiche esterne. Oltre a ciò, queste voci sono semplicemente dei demoni, dei guardiani che proteggono il vero tesoro, i primi pensieri della mente.

(“Scrivere zen” – Natalie Goldberg)

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Equidistanza

Può darsi che io sia fissato con l’equidistanza. Ogniqualvolta un problema mi si presenta, mai che sia attratto dalle soluzioni estreme. Può darsi che sia questa l’origine della mia frustrazione. Una cosa è certa: se gli atteggiamenti estremi suscitano entusiasmo, trascinano gli altri, sono indice di forza, è vero anche che gli atteggiamenti equilibrati in generale sono scomodi, a volte sgradevoli e quasi mai sembrano eroici. In generale, occorre una notevole dose di coraggio (un coraggio di tipo particolarissimo) per mantenersi in equilibrio, ma è impossibile evitare che ai più sembri una manifestazione di viltà. Come se non bastasse, l’equilibrio è noioso. E la noia è, al giorno d’oggi, un grave difetto che per lo più la gente non perdona.

(“La tregua”- Mario Benedetti)

E dunque –

Sono stata una ragazza nel roseto
una ninfa. Quasi fantasma che stava
scomparendo
sono stata una ragazza di sedici anni
distesa. Ho attraversato il deserto
rapidamente, quasi volando,
una statua di pietra del Budda
dormiente, un Budda di cenere
sono stata. Una donna appesa.
Sono stata un uomo duro e forzuto.
Una eccentrica con un pesce in bocca
e poi il bambino dell’imperatore
del giardino orientale. Un albero
forse. Un topo. Un elefante
una lepre. Sono stata campo
di battaglia e una preghiera. Un papavero.
Un intero pianeta. Forse una stella
un lago. Acqua sono stata,
questo lo so. Sono stata acqua
e vento. Una pioggia su qualcosa
che ero stata tempo addietro.
Un giuramento. Un’attesa.
La corsa della gazzella. E proiettile
sono stata, freccia perfetta scagliata,
catacomba. Un credo – un lamento.
Un bastimento fra onde altissime.
Forse anche il mare.
E dunque – di cosa dovrei avere paura
adesso.

(Mariangela Gualtieri – “Le giovani parole”)

 

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Compagni psichici

Le testimonianze indicano che i gatti furono addomesticati dapprima in Egitto. Gli egizi immagazzinavano il grano, che attirava roditori, che attiravano gatti. Questo tipo di ragionamento secondo me non è corretto. Sicuramente la storia è un’altra. I gatti non hanno cominciato con l’essere cacciatori di topi. Donnole, serpenti e cani sono molto più efficaci come agenti anti-roditori. Io avanzo l’ipotesi che i gatti nascano come compagni psichici, come spiritelli del focolare, e che non abbiano mai deviato da questa funzione.

(William S. Burroughs – “Il gatto in noi”)

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Forse vivere

E forse vivere è questo eterno definire il dentro e il fuori, questo incessante dialogare tra il vicino e il lontano, il fantastico e il reale. Forse vivere è ridefinire ogni giorno le proprie soglie.

(“Lettere all’amata” – Gianluca Caporaso)

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Gli intellettuali… annoiano

Astrov: « (…) È un pezzo che non amo più nessuno ».
Sonja: « Nessuno? »
Astrov : « Nessuno. Una certa affezione io la sento solo per la vostra vecchia bambinaia: per tanti vecchi ricordi… I contadini sono tutti uguali, tutti ignoranti, vivono nella sporcizia… e con gli intellettuali, poi, è difficile andar d’accordo. Annoiano. Tutti i nostri buoni conoscenti hanno idee meschine, meschini sentimenti e non vedono più in là del proprio naso: sono semplicemente degli stupidi. Quelli poi che sono un po’ più intelligenti e che hanno una loro propria personalità, sono nevrastenici, sono rosi dal tarlo dell’analisi, della riflessione… non fanno che lagnarsi, odiare, calunniare; s’avvicinano diffidenti ai loro simili, li guardano di traverso e trinciano giudizi: “Oh, quello è un nevrastenico!”; oppure: “Quello è un chiacchierone!”. E quando non sanno che etichetta appiccicarti in fronte, allora dicono: “Quello è uno stravagante, uno stravagante!”.
Io amo i boschi: ciò è strano; io non mangio carne: anche questo è strano. Con gli uomini e con la natura non ci sono più rapporti diretti, puri, liberi… No, e poi no! »

(Čechov – “Zio Vanja”)