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Miei amati

Quando ami si crea una compagnia,
una ristretta brigata nella mente,
nomi e volti come punti d’appoggio

in vuoti spalancati e spavento
ciuffi d’erba in poggi scoscesi
– e nel buio ecco nel buio

che ci attende ad ogni risveglio
il nome, i nomi ci fanno strada
come cespugli e rocce su cui puntare

il piede che brancolava nel vuoto.
Nomi come fiammelle accese
– da chi? da chi? – ci indicano il cerchio:

io e te, io e te, e anche io e te,
ci siamo tutti, mia famiglia dei viventi
miei amati, mia casa.

(Risveglio tratta da “Tu, paesaggio dell’infanzia” di Alba Donati)

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Il disinteresse

Nel disinteresse, diceva Gualtieri, c’è un’ampiezza di visuale che nell’interesse non c’è. È una legge naturale, prima che un tema irrisolto della psicologia. Il cosiddetto interesse mette in moto una serie di processi di selezione e deselezione che il cosiddetto interesse non conosce, ma siccome di questi processi si occupa il cervello e il cervello dell’uomo oltre a essere dispersivo è solo in piccola parte fruibile e in gran parte inesplorato – quindi non è detto che sia stato creato per l’uso che comunemente se ne fa –, i processi di selezione seguono un metodo arbitrario per cui nel momento in cui ci si concentra su un oggetto si trascura la restante infinità, che invece viene segretamente registrata in forma sintetica dal disinteresse. La ragione di questo conflitto è che il cervello pensa. E soprattutto quello adulto pensa per categorie didattiche consolidate, non illuminate dall’istinto che si nasconde in qualche parte del corpo con la complicità degli ormoni ed è per così dire boicottato dal cervello che vorrebbe sempre dominarlo; per dominare l’istinto il cervello si serve di una propaganda faziosa e scorretta, facendo credere ai componenti dell’organismo che tutto quello che viene dall’istinto è sbagliato, contrario a una superiore istanza. Quale superiore istanza?, chiedono i componenti dell’organismo. Eh quale superiore istanza, risponde paternalisticamente il cervello, un’istanza superiore che è inutile che io vi stia a spiegare, perché dovete intendervi di medicina, biochimica, filosofia morale, diritto, teologia, etica dietetica e nutrizionismo, eccetera eccetera. E per dimostrare la sua bravura il cervello esibisce referenze e autoreferenze sempre un po’ sospette, specializzazioni e master che non voglion dir niente ma che creano un certo impatto suggestivo, per esempio: pianificazione dei processi strategici, digital management della metodologia dell’indotto, multimedialità dei cicli integrati, graphic design della radiologia vascolare.

(Paolo Colagrande – “La vita dispari”)

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Dettagli minuziosi

Ricordasti Chango che frugava tra la biancheria degli armadi di tua madre, quando sostituiva nei loro compiti le donne della casa. Le vene della sua mano si gonfiavano, come di inchiostro blu. Vedesti che sulla punta delle dita aveva dei lividi. Esaminasti involontariamente con lo sguardo i dettagli della sua giacca di stoffa lucida, così ruvida sulle tue ginocchia. Da allora e per sempre avresti visto le tragedie della tua vita adorne di dettagli minuziosi. Non ti difendesti.

(Estratto dal racconto di Silvina Ocampo Il peccato mortale, contenuto in “Un’innocente crudeltà”)

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Non si era perduto niente

Troppo spesso la solitudine si faceva attesa
e così la perdevo ma oggi, venerdì santo,
la ritrovo dove sono nato, sul fiume.
Un gomitolo di moscerini
sopra una chiazza d’ombra di pitosforo
danza un disegno di figure aeree
sempre le stesse sempre diverse,
né la mia mano che si alza
né il mio corpo che si insinua
bastano a cacciare quelle vite.
Se lasciano passare la mia forma
fra le loro è perché passa con le loro
e ce ne andiamo via insieme,
da qui franiamo a poco a poco.
E l’unica favola dell’infanzia che sempre
ricordo è quella della bimba che perse
il suo pezzo di sapone lavando i panni
al fiume. Accolta dai folletti piangente
nel mondo sommerso dove si tuffò
ritrovò tutto il mondo,
non si era perduto niente.

(Roberto Pazzi – Bocca di Magra tratta da “Un giorno senza sera”)

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Tu giovinezza

Tu giovinezza punti al miracolo,
al prodigioso, al sovrumano.
Eppure abbiamo percorso ciechi,
ciechissimi l’esistenza:
la città, i conoscenti, i lavori,
la natura, gli amori,
non visti.

(Cesare Viviani – “Ora tocca all’imperfetto”)

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Era un odore rosso e caldo…

Seduti nella stanza che dà sul giardino, al buio, guardavamo il Vesuvio e l’argentea distesa del mare, dove il vento sollevava le dorate scaglie della luna, facendole balenare come scaglie di pesce. Un odore forte di mare, cui si mesceva il fiato chiaro e fresco del giardino odorato dall’umido sonno dei fiori e dal fremito dell’erba notturna, entrava per le vetrate spalancate. Era un odore rosso e caldo, sapido d’alga e di granchio, che nell’aria fredda, già percorsa dai languidi brividi della primavera imminente, suscitava l’immagine di una tenda scarlatta ondeggiante nel vento. Una nuvola di un pallido verde s’alzava là in fondo dalla montagna di Agerola. Io pensavo agli aranci che il presentimento della primavera faceva già mézzi nei giardini di Sorrento, e mi pareva di udire un solitario canto di marinaio errar triste sul mare.

(Curzio Malaparte – “La carne”)