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Noia, noia, noia!

Tutto questo correre a destra e a sinistra, questo eterno gioco di meschine passioncelle, di avidità, soprattutto, il tagliarsi la strada l’un l’altro, i pettegolezzi, le chiacchiere, i buffetti reciproci, questo squadrarsi dalla testa ai piedi; ascolti quel che dicono e la testa ti gira fino a intontirti. Persone che sembrano, a guardarle, così intelligenti, con volti pieni di dignità, e senti solo frasi del tipo: ‘A questo hanno dato tanto, all’altro hanno dato l’appalto’. ‘Perdoni, perché?’ grida qualcuno. ‘Questo ha perso una fortuna, ieri, al club; quello ne prende trentamila!’ Noia, noia, noia!… Dov’è, qui, l’uomo? Dov’è la sua pienezza? Dove si è nascosto, perché si perde in queste bazzecole?

(Ivan A. Gončarov – “Oblomov”)

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L’ultima preghiera del vento

“Senza corde #7” – Foto di Daniela Mezzanotte

Nonna teneva quelle sue manelle storte sopra ai grani del rosario e ogni volta che finiva di recitare un mistero faceva scivolare le dita sul grano dopo. Aveva cominciato a non vederci bene, piano piano, un giorno con l’altro; Don Giacinto aveva fatto chiamare al dottore che aveva puntato la luce dentro agli occhi di nonna e giusto qualche sospiro, il dottore era uscito dalla stanza, aveva messo una mano sopra alla spalla di Don Giacinto che stava seduto di traverso alla tavola e aveva detto; «Si tratta di un evidente caso di maculopatia degenerativa, da qui non si torna indietro, lo stadio finale è la scemità». Avevo capito così, ma poi quando il dottore era tornato e aveva ripetuto paro paro quello che aveva detto la volta prima, alla fine la parola corretta era cecità. Qui nel paese ce ne stanno tanti di quelli con la scemità; molti stanno chiusi in casa perché sono una vergogna per la famiglia, altri stanno in miez’ a chiazz’ a chieder soldi, a farsi offrire i caffè e poi ci sta Cul e’ ciuccio che tiene una faccia come quelle delle maschere di cartapesta, scura scura, e i baffi gialli. Cul’ e’ ciuccio è famoso perché durante la processione di Santa Cecilia ha cagato davanti a tutti quanti.

Io da piccirella vivevo con mamma nella casa di nonna, mio padre non sapevo che faccia teneva; sapevo solo che stava imbarcato e che un giorno poi tornava. Poi mamma si è ammalata e in capo a manco due settimane è morta. «Mamma mamma», chiamavo, ma quella gli occhi non li apriva.
Il giorno del funerale sono rimasta con la figlia della vicina, più grande di me. Si chiamava Cecilia, come la santa del paese; «Tua madre mo’ la mettono sotto alla terra», diceva, «e se la mangiano i vermi». Nonna è venuta a prendermi la sera: «Luce’, adesso tu te ne vieni a stare con me nella canonica, però mi devi aiutare con i mestieri, hai capito?».
E così a scuola non ci sono andata più.

Il sindaco, tutto vestito di nero, è arrivato in canonica con due uomini alti, pure loro vestiti di nero; parevano tre corvi. I due uomini alti hanno tramestato con il cadavere di Don Giacinto, l’hanno vestito e hanno messo la bara aperta in mezzo alla stanza. Gli hanno pittato la faccia e addrizzato la mascella che s’era sturzata per via che il parroco aveva visto la morte in faccia, così diceva la gente; la faccia di Don Giacinto dentro alla bare pareva di cera tanto era lucida.
Il sindaco è entrato nella stanza nostra, ha accostato una sedia di fronte a quella di nonna, ha preso le manelle dentro alle sue e ha detto: «Grazia, cumm’ staje?».
«Chi siete?».
«Antonino, il figlio di Senese, t’arricurd’?».
«E come no!».
«Il momento è brutto, me ne rendo conto, ma tra qualche giorno arriva il nuovo parroco, è uno del nord, e si porta dietro alla perpetua sua».
«E io e Lucetta aro’ ce ne jamm’? La casa mia l’agg’ vennuta e i soldi li ho dati alla parrocchia, figlio mio».
«Di questo non ti devi preoccupare…».
Io mi trovavo dietro alla tenda dove stava il letto mio. Il sindaco diceva che dovevamo impacchettare con calma le nostre cose ché nei prossimi giorni degli uomini venivano a prenderle per portarle a destinazione. Non diceva qual era questa destinazione e nonna nemmeno chiedeva, così sono spuntata fuori dalla tenda e ho detto: «E dove ci mandate, si può sapere?».
La faccia del sindaco si è fatto di fuoco.
«E tu chi sei, Lucetta?».
«Sì».
«Ti sei fatta bellella assai».
«E allora, dove ci mandate?».
«Come stavo dicendo a tua nonna, per lei la sistemazione è dalle Clarisse e per te…».
«Perché, ci separate?», era intervenuta nonna con un filo di voce.
«La ragazza è giovane e può trovare un buon impiego…», mi guardava da sotto a sopra, gli occhi da corvo si erano posati sopra alle zizze; e pungevano.
«Io voglio stare con nonna».
«Certo, mi rendo conto, capisco Luce’».
«Mi chiamo Lucetta».
«Luce’, non fare la maleducata!», il rimprovero di nonna rivolto al pavimento. Teneva la testa bassa, la schiena tutta incurvata; potevo contare i grani della colonna vertebrale attraverso la camicia.
La faccia del sindaco era lucida come quella di Don Giacinto dentro alla bara; agli angoli della bocca teneva due sputacchi bianchi.

Il vento s’era messo a soffiare forte forte fuori il vicolo e io mi ero arricordata di quando Don Giacinto una volta aveva detto che se lo ascoltavi bene lo sentivi pregare, al vento. A me mi sembrava strano che il vento diceva le preghiere, ma quella sera invece l’avevo sentita la preghiera del vento.
«Luce’, Luce’… vieni».
«Avete bisogno?».
«Luce’» – nonna mi cercava con la mano dentro alla stanza – «Luce’, tu te ne devi andare da qua».
«Che dite?».
«Te ne devi andare, sient’ a me».

La chiave della credenza dove stavano stipate tazze e bicchieri la conservava nonna. Poche volte l’avevo aperta e quella sera, dopo che se n’erano andati tutti quanti, nonna me l’aveva data con una raccomandazione: «Cerca bene dietro all’anforella gialla, ci sta una zuccheriera».
Così quella sera stessa, con la valigia che avevo sempre visto sotto al letto di nonna, mi sono incamminata per il sentiero dietro alla chiesa.
«Seguilo senza distrarti e non ti spaventare degli animali; gli animali tengono più paura di te. Tu cammina cammina cammina fino a che non arrivi alla Contrata Fioroni, tre case e un fienile. La prima casa che sconti è quella di mastu Ciro, bussa e dì che sei la nipote di Grazia Luce Paradiso».

(Anche questo, come il precedente racconto, “L’armadio con i fiori bucati” pubblicato il 27 giugno 2019, mi è stato ispirato dalla foto e ringrazio ancora Daniela Mezzanotte per avermene fatto dono)

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Sul bordo della tomba

Ed ecco che nell’immaginazione di Il’ja Il’ič avevano cominciato, allo stesso modo, uno dopo l’altro, ad aprirsi come quadri i tre atti principali della vita, recitati dalla sua famiglia e dai suoi parenti e conoscenti: la nascita, il matrimonio, il funerale. (…)
Ecco tutta la loro vita e la loro scienza, ecco tutti i loro dolori e le loro gioie: perciò essi non volevano altre preoccupazioni e altre pene, e non conoscevano altre gioie; la loro vita vibrava solo di questi fondamentali e inevitabili avvenimenti che davano un inesauribile nutrimento alla loro mente al loro cuore.
Con il cuore che palpitava aspettavano il rito, il banchetto, la cerimonia, e poi, dopo aver battezzato, sposato o seppellito qualcuno, si dimenticavano di lui e del suo destino e sprofondavano nella solita apatia, dalla quale li toglieva un nuovo caso del genere: un onomastico, un matrimonio e via dicendo.
Appena nasceva un bambino, la prima preoccupazione dei genitori era di celebrare il più esattamente possibile, senza la minima dimenticanza, tutti i riti richiesti dal decoro, vale a dire organizzare, dopo il battesimo, un banchetto; dopo di che cominciavano a affaccendarsi e ad averne cura.
La mamma proponeva a se stessa e alla njanja questo compito: far crescere un bambino sano, proteggerlo dai raffreddori, dal malocchio e da altre circostanze avverse. Si davano da fare, diligenti, perché il bambino fosse sempre allegro e mangiasse molto. Non appena mettevano il giovinetto sulle gambe, non appena, cioè, non aveva più bisogno della njanja, nel cuore della madre si insinuava il segreto desiderio di trovargli una fidanzata, anche lei in salute, anche lei bianca e rossa.
Arrivava ancora un’epoca di riti , di banchetti, e poi il matrimonio; in ciò si concentrava il pathos della vita.
Poi cominciava già la ripetizione: la nascita dei bambini, i riti, i banchetti, finché i funerali non cambiavano lo scenario: ma non a lungo: solo i volti prendevano il posto gli uni degli altri, i bambini diventavano giovanotti e, con ciò, fidanzati, si sposavano, producevano dei simili, e così via, e la vita, seguendo questo programma, si allungava in una trama uniforme e infinita, che si strappava, inavvertitamente, proprio sul bordo della tomba.

(Ivan A. Gončarov – “Oblomov”)

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L’obbedienza

Si guardò la mano destra come se essa nascondesse un segreto.
«Stai male?» chiesi.
«Sono appena stato da un mio amico medico qui a via Kerbaker, è solo uno sfogo».
«Da che dipende?».
«Quando ti obbligano a fare cose che non vuoi e obbedisci, peggiora la testa, peggiora tutto».
«L’obbedienza è una malattia delle pelle?».
Mi guardò per un attimo perplesso, sorrise:
«Brava, è proprio così, una malattia della pelle. E tu sei una buona cura, non cambiare, di’ sempre tutto quello che ti viene in mente. Altre due chiacchiere con te e scommetto che miglioro».

(Elena Ferrante – “La vita bugiarda degli adulti”)

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Il lusso fortuito, improvvisato, senza comodità

Nella sala e nel salotto furono accese per lui tutte le lampade e le candele. Egli sedette al pianoforte e sfogliò la musica, poi esaminò i quadri sulle pareti e i ritratti. I quadri, dipinti ad olio, in cornici dorate, rappresentavano vedute della Crimea, un mare tempestoso con un piccolo bastimento, un monaco cattolico con un bicchierino, ma tutto ciò era freddo, leccato, senza genialità… Nei ritratti nemmeno un viso bello e interessante, tutti zigomi larghi e occhi meravigliati; Ljàlikov, il padre di Liza, aveva la fronte bassa e il viso soddisfatto, un’uniforme che gli stava come un sacco sul grosso corpo plebeo, sul petto una medaglia e il distintivo della Croce Rossa. Si vedeva la povertà di cultura, il lusso fortuito, improvvisato, senza comodità, come quell’uniforme; erano irritanti i pavimenti colla loro lucentezza, era irritante il lampadario e veniva in mente, chi sa perché, la storia di quel mercante che andava al bagno con la medaglia dell’onorificenza al collo…

(Čechov – “Un caso della pratica medica” – anno 1898)

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La fede nell’uomo

 

Il giardiniere Michaìl Kàrlovič si volse verso di noi e disse:
— Per quanto riguarda me, signori, io accolgo sempre con entusiasmo le sentenze di assoluzione. Io non ho timori per la virtù e per la giustizia, quando dicono: “innocente”, al contrario ne provo piacere. Perfino quando la mia coscienza mi dice che, assolvendo un delinquente, i giurati hanno commesso un errore, anche allora sono esultante. Giudicate voi stessi, signori: se i giudici e i giurati credono più all’uomo che agli indizi, alle prove materiali e alle requisitorie, questa fede nell’uomo non è forse di per se stessa superiore a tutte le considerazioni del mondo?

(Čechov – “Il racconto del giardiniere capo” – anno 1894)

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Nella tensione di un permanente principio

Arrivati a questo punto
dicesti
o si va oltre
o non ci si vede mai più

Non capivi che il bello era proprio quel punto
era rimanere
nel limbo delle cose sospese
nella tensione di un permanente principio
nel nascondiglio di una vita nell’altra

Così il mio contrappasso di pokerista
è stato perdere tutto
appena hai forzato la mano

(Michele Mari – “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”)

 

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La notte

Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell’acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

(La notte da “Canti orfici” – Dino Campana)

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La fiera dei miracoli

Un miracolo comune:
l’accadere di molti miracoli comuni.

Un miracolo normale:
l’abbaiare di cani invisibili
nel silenzio della notte.

Un miracolo fra tanti:
una piccola nuvola svolazzante,
e riesce a nascondere una grande pesante luna.

Più miracoli in uno:
un ontano riflesso sull’acqua
e che sia girato da destra a sinistra,
e che cresca con la chioma in giù,
e non raggiunga affatto il fondo
benché l’acqua sia poco profonda.

Un miracolo all’ordine del giorno:
venti abbastanza deboli e moderati,
impetuosi durante le tempeste.

Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.

Un altro non peggiore:
proprio questo frutteto
proprio da questo nocciolo.

Un miracolo senza frac nero e cilindro:
bianchi colombi che si levano in volo.

Un miracolo — e come chiamarlo altrimenti:
oggi il sole è sorto alle 3.14
e tramonterà alle 20.01.

Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
la mano ha in verità meno di sei dita,
però più di quattro.

Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l’inimmaginabile
è immaginabile.

(“La gioia di scrivere” – Wisława Szymborska)