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Il dilemma del muratore

Salvatore: «Vedi, Save’, io effettivamente mi sono trovato un po’ a disagio, un po’ perplesso, perché quello tutto mi sembrava tranne che una galleria d’arte».
Saverio: «Ma scusa, perché?»
Salvatore: «Perché… perché ce stev’ pure e’ tutt’. Ce stev’ a catenell’, a’ segg’, o’ cess’, senza offesa per chi ci sente… ma ce vulev’ solamente una bella cucina e avevem’ fatt’...»
Saverio: «Avevem’ fatt’ la fiera della casa secondo te…»
Salvatore: «Questa è la sensazione che ho provato…»
Saverio: «Guarda, onestamente Salvatore dobbiamo ragionare, fermammc’ e ragioniamo nu’ mument’… tu sei ignorante, nun te piglia’ collera, è così?»
Salvatore: «È la verità».
Saverio: «È la verità perché hai fatto fino alla terza elementare».
Salvatore: «Però due volte!»
Saverio: «Due volte sono fatti tuoi, nemmeno questo è un problema. Io modestamente sono quasi ignorante perché ho fatto fino alla terza media e poi mi sono bloccato, però mi sono bloccato io, non mi sono fatto bloccare dagli altri…»
Salvatore: «Non c’è bisogno che puntualizzi…»
Saverio: «Allora mo’ il ragionamento che faccio io è; ma è mai possibile che due persone ignoranti come me e Salvatore ne possono capire più di altri che magari, che ne so, c’hanno una laurea in critica e che in più tengono pure i soldi, hai capito quello che penso io, o mi sbaglio?»
Salvatore: «Se io ho afferrato bene il tuo concetto, significa ca’ se io studiavo a me me’ piaceva il quadro co’ a’ segg’
Saverio: «Proprio così, proprio così! Bravo Salvatore, e secondo me avresti percepito anche il messaggio, mi spiego? Aspe’ ca’ sta u’ professore, chill’ ne capisce. (…) Scusate professore, niente di particolare, è che ci sta una diatrina di una discussione tra me e Salvatore… Allora la discussione era questa…»
Salvatore: «Permetti che glielo spiego io? È naturale se glielo dici tu il professore dà ragione a te… professo’ il nostro ragionamento, la nostra discussione è nata intorno a quest’arte moderna. Noi in parole povere vorremmo sapere da voi, secondo voi quest’arte moderna è arte o è na’ strunzata
Saverio: «No, professo’, perché per me è arte».
Savatore: «Io dico che è na’ strunzata».
Professore: «Allora ora io vi dico cosa diceva il filosofo Protagora».
Salvatore: «Ah, il famoso Protagora».
Saverio: «Quello del teorema professo’».
Porfessore: «Quello è Pitagora, n’ata cos’. Questo è Protagora di Abdera… diceva Protagora di Abdera, “l’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”».
Salvatore: «Significa?»
Saverio: «U’ vi’, u’ vi’ che sei ignorante non hai capito niente? Professo’, spiegateglielo bene».
Professore: «In pratica Protagora che dice? Dice che l’uomo è l’unico giudice, il centro dell’universo, quindi se l’uomo Salvatore pensa che Fontana è solo uno che sfregia i quadri, che li rompe, allora Fontana non è arte. Se invece l’uomo Saverio pensa che i quadri di Fontana so’ belli perché ogni volta che vede un quadro di Fontana lui sente un’emozione, allora Fontana è arte. Concludendo, Protagora dice che Fontana è arte e non è arte. Questo è tutto».
Saverio: «Stamm’ punto e da capo».
Salvatore: «Professo‘ quello che io invece non ho capito per bene è come si comporteranno, come reagiranno i posteri di fronte a questi pittori moderni. Cioè mo’ mi spiego. Tempo fa un muratore amico mio sotto le macerie di una villa a Torre del Greco trovò un quadro di Luca Giordano, non appena lui trovò questo quadro di Luca Giordano nella cantina dove stava lavorando, subito intuì, ricet’ minimo questo qua deve essere un capolavoro, allora che fece lui, chiamò il direttore dei lavori e l’impresa stessa, l’impresa in persona, gli regalò in omaggio una bella mazzetta in moneta…»
Professore: «E che c’azzecca cu’ Fontana?»
Salvatore: «C’azzecca, ora vi spiego come c’azzecca. Fra mille anni, un muratore del Tremila, sotto alle macerie di una villa qualunque piglia e trova un quadro di Wasserman…»
Professore: «Wesselmann, Tom Wesselmann».
Salvatore: «Esattamente, Tom Wasserman…»
Professore: «Eè, Wasserman, quello della sifilide!»
Salvatore: «No signore, quello che ha azzeccat a stanz e’ bagno n’ faccia o’ muro… ora vengo a voi, e questa è la mia domanda, due punti: secondo voi, questo muratore del Tremila che cosa penserà di aver trovato, un capolavoro o nu’ cess’ scassat’

(Tratto dal film “Il mistero di Bellavista” del 1985, diretto e interpretato da Luciano De Crescenzo. Nella scena di seguito riportata, Salvatore è interpretato da Benedetto Casillo, Saverio da Sergio Solli. Luciano De Crescenzo è il Professore Gennaro Bellavista)

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Bellezza più compassione

Bellezza più compassione — questo è il concetto che maggiormente si avvicina a definire l’arte. Dove c’è bellezza c’è compassione, per il semplice motivo che la bellezza è destinata a perire: la bellezza muore sempre, la forma muore con il contenuto, il mondo muore con l’individuo.

(Vladimir Nabokov – “Lezioni di letteratura”)

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Io muto

Io muto
tu sorda
entrambi ciechi

Tangibile realtà
dev’essere il mio amore
se alla fine
ci hai sbattuto contro
e ti sei fatta male

(Michele Mari – “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”)

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Diario di un genovese

Il ponte sulla Drina – foto di Matteo Zamboni

Ho conosciuto Silvio in occasione di un viaggio organizzato da “Bivacco Viaggi” il cui titolo mi ha subito intrigato: “Serbia e Bosnia: quel ponte sulla Drina. Nel cuore dell’Europa orientale, una traversata a cavallo di confini, per paesaggi profondamente rurali, a contatto con le popolazioni e alla scoperta delle genti balcaniche e delle loro usanze”.
Matteo, la nostra guida, scrive, nell’introduzione al viaggio, «sono sempre contento di poterlo ripetere ed è per questo che sono disposto a svolgerlo indipendentemente dal raggiungimento del “numero minimo” di iscritti». E destino ha voluto che, alla fine, fossimo in tre.
Io, Silvio e Matteo.
Di seguito una pagina del diario di Silvio; appena me l’ha letta ho pensato che mi avrebbe fatto piacere ospitarla nel blog.
Buona lettura.

Non è possibile tenere una cronologia del viaggio e forse non ha senso in questi luoghi dove tutto mi appare teneramente, crudelmente irrazionale. Io, Matteo e Tiziana da quanto ci conosciamo? Tre giorni, un mese, dieci anni, tre vite? O, forse, non ci conosciamo affatto nonostante nel nostro discorrere si riversino i fiumi di vite intere colmi di ricordi, amore e struggimento? Quanto tempo è passato dalla passeggiata al crepuscolo incontrando i volti spensierati dei gitanti domenicali? Quanto tempo è passato da quando, fermi a osservare il corso della Drina, io mi perdevo in quella suggestione e nel mio senso di colpa non ancora risolto? La Drina è un fiume, un corso d’acqua come tanti, se ci pensi bene. Affascinante come solo l’acqua con la sua potenza primordiale sa essere. Quindi cosa lo rende diverso, speciale, da altri corsi d’acqua che ho incontrato nel mio cammino? La Drina è una voce che parla raccontandomi ciò che era, che è stata, che è: la chiusura lampo tra popoli, culture, pronta ad aprirsi e chiudere con rara ferocia. Matteo legge un brano tratto da “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andrić; più tardi risponde a una mia domanda. Mi dirà che Višegrad, in Bosnia, prima della guerra faceva 18.000 abitanti, ora ne sono rimasti 5.000. La popolazione mussulmana non esiste più o è ridotta in piccoli nuclei. Il mio non capire e il senso di colpa si riaccendono, e sempre di più non capisco, cenando con Vasso e Vijsna, i nostri ospiti di Lukino Selo (nel villaggio di Zaovine, nel comune di Banija Bašta, Serbia, ndr). Bevendo avidamente bicchieri di rakija mi impregno di ospitalità e gentilezza, un sentimento che ritroviamo nel pensionato dalla pancia imponente, dai baffi candidi, che coltiva lamponi. Ci parla di cose comuni a chi un po’ conosce il lavoro della terra, un linguaggio universale in cui ci si riconosce, a dispetto del suono incomprensibile delle parole, fondendosi con il sapore dolce e aspro dei frutti che ci invita a raccogliere direttamente dalle piante. Nell’immergermi in questa rilassante accoglienza offerta senza chiedere nulla in cambio, continuo a chiedermi come sia potuto accadere, infischiandomene delle complesse analisi storico-culturali e socio-economiche. Andando all’osso: dall’altra parte del ponte ci si ammazzava come cani e qui si restava nella paura. Forse è vera la disperante conclusione di Hobbes o forse è più confortante, ma altrettanto amara, quella di Paolo Rumiz: «il bene è maggioranza ma non sa fiutare il male quando arriva».

(Silvio Borrelli, mezzo secolo vissuto tra i “caruggi” di quella città vecchia mirabilmente descritta da De André. A parte una breve parentesi meneghina per motivi di studio, ho condotto la mia vita tra i mari e i monti della Liguria, sia per piacere che per lavoro. Dopo  più di vent’anni a occuparmi di agricoltura e fauna selvatica, a 45 anni, obtorto collo, mi ritrovo doganiere. Incostante anche nei vizi, mi diletto a scrivere riuscendo a raggiungere vette inarrivabili nel creare opere incompiute: racconti e persino un romanzo tra l’onirico e il lisergico che, sono convinto, se terminato se la potrebbe giocare con i viaggi di Gulliver. Galeotto il viaggio in Serbia mi sono ritrovato a scrivere puntando, ancora una volta, a lasciare nel sospeso i miei pensieri…)