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La vita… limpida, incrollabile e dritta

Tutti accettano ancora una rakija e un caffè, dimenticando la realtà, per poterla sopportare, tutti parlano più leggermente e liberamente, e a tutti loro appare chiaro che nella vita ci sono anche altre cose, più umane e più gioiose di questa tenebra, di questo terrore e di questo micidiale cannoneggiamento.
Così trascorre per loro la notte, e insieme con essa la vita, piena di pericolo e di pene, ma limpida, incrollabile e dritta. Guidati da antichi istinti ereditari, la scindono e la dividono in momentanee impressioni e in immediate necessità, sperdendosi completamente in esse. Soltanto così, infatti, vivendo ciascun istante separatamente e non guardando né avanti né indietro, una vita come questa può essere sopportata, e l’uomo può conservarsi per giorni migliori.
Poi albeggia. Questo significa solo che la sparatoria si farà più vivace e che, alla luce del giorno, il giuoco della guerra diverrà incomprensibile e imperscrutabile, poiché di per se stessi i giorni non hanno né nome né significato e il tempo ha perduto valore e validità. Gli uomini non sanno far altro che aspettare e trepidare. Per il resto pensano, parlano e si muovono come automi.

(Ivo Andrić – “Il ponte sulla Drina”)

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L’incontrario delle frontiere

Non gliel’ho ancora detto, era un gran lavoro, c’era da montare un ponte sospeso, e io ho sempre pensato che i ponti è il più bel lavoro che sia: perché si è sicuri che non ne viene del male a nessuno, anzi del bene, perché sui ponti passano le strade e senza le strade saremmo ancora come i selvaggi; insomma perché i ponti sono come l’incontrario delle frontiere e le frontiere è dove nascono le guerre.

(Primo Levi – “La chiave a stella” )

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Non ci sono più i “giovani” di una volta

Mi ritrovo qui, sul divano, con il cellulare in mano e le farfalle nello stomaco. L’ambiguità del sentimento che suscita tale sensazione è piuttosto rara: il sollievo della fine del tanto agognato esame di Stato e la fine di un’era. Ci si lamenta sempre del liceo, del continuo impegno e dell’instabilità psico-fisica che genera uno studio intenso ma giustamente formativo. Questi 5 anni non sono riducibili ad una conoscenza puramente nozionistica, abbiamo lentamente costruito una cultura che comprendeva anche la relazione con gli altri e l’imparare nel piccolo ma grande nucleo sociale, che è la scuola, i valori più importanti. Vi voglio bene (la maggior parte del tempo), massa di scalmanati, perché sebbene diversi da me, ci siamo saputi voler bene, scegliendo di farlo nel rispetto e in un clima di confronto. È proprio questo il bello: la diversità non doveva essere una barriera, ma un punto di forza. Abbiamo tanto riso insieme, testimoni di scene a dir poco iconiche che mai dimenticheremo.
(…) Che dire, mi mancherete, mi mancherà il nostro travagliato quotidiano, i professori e le loro particolarità, che ci hanno in qualche modo consolati. Un ringraziamento speciale va alla prof. C. (…). È stata per noi più di un’insegnante, ma questo già lo sa. Ha saputo coniugare la preparazione culturale a una preparazione per la vita, trasmettendoci insegnamenti che porteremo sempre con noi.
Ovviamente un ringraziamento ai prof tutti e alla prof V., dalla cultura profonda e dagli insulti originali, che ci ha sempre spronati a fare meglio, a modo suo.
Insomma, vi odio e vi amo, ci prendiamo sempre in giro ma in fondo, ma proprio al livello dell’inner core della Terra, possiamo trovare anche un po’ di bene e quel po’ di bene durerà più o meno quanto i tempi di attesa della segreteria, quindi siamo destinati a volerci bene per un bel po’, anche se distanti, a causa dei nuovi percorsi di vita, mai lontani.
Buona fortuna per il prossimo futuro! Che tutti possano sentirsi nel posto giusto al momento giusto, ricevendo continue soddisfazioni e nei momenti di sconforto, perché purtroppo sempre ce ne sono, sappiate di poter contare su una seconda famiglia, che saprà sempre ritrovarsi.

(Questo è, più o meno integralmente, il post scritto su Facebook da Anna ai suoi compagni di classe. Anna ha 18 anni e si è diplomata al “Liceo Statale Ischia”. Non importa il voto con cui si è diplomata; ciò che importa è tutto dentro questo post che dovrebbe rendere fieri i genitori, i professori e l’umanità tutta, come credo che sarà. Il mondo a cui Anna indirizza il post è il “suo” – la classe, i professori – ma Anna non sa che questo post ha in sé la potenza del messaggio universale. Quindi grazie Anna, le tue parole mi hanno fatto sentire nel posto giusto al momento giusto. Buona fortuna per il prossimo futuro a tutti voi!) 

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Amare il proprio lavoro

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.
(…) Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.

(Primo Levi – “La chiave a stella”)