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Gli intellettuali… annoiano

Astrov: « (…) È un pezzo che non amo più nessuno ».
Sonja: « Nessuno? »
Astrov : « Nessuno. Una certa affezione io la sento solo per la vostra vecchia bambinaia: per tanti vecchi ricordi… I contadini sono tutti uguali, tutti ignoranti, vivono nella sporcizia… e con gli intellettuali, poi, è difficile andar d’accordo. Annoiano. Tutti i nostri buoni conoscenti hanno idee meschine, meschini sentimenti e non vedono più in là del proprio naso: sono semplicemente degli stupidi. Quelli poi che sono un po’ più intelligenti e che hanno una loro propria personalità, sono nevrastenici, sono rosi dal tarlo dell’analisi, della riflessione… non fanno che lagnarsi, odiare, calunniare; s’avvicinano diffidenti ai loro simili, li guardano di traverso e trinciano giudizi: “Oh, quello è un nevrastenico!”; oppure: “Quello è un chiacchierone!”. E quando non sanno che etichetta appiccicarti in fronte, allora dicono: “Quello è uno stravagante, uno stravagante!”.
Io amo i boschi: ciò è strano; io non mangio carne: anche questo è strano. Con gli uomini e con la natura non ci sono più rapporti diretti, puri, liberi… No, e poi no! »

(Čechov – “Zio Vanja”)

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Soltanto le bambine stanno in piedi

Dubourg si tormentava per lo stato di Alain e tentava continuamente di porvi rimedio. Alain, nei momenti di speranza, era commosso dall’insistente attenzione dell’amico e avrebbe voluto, nell’occuparsi di se stesso, prenderla ad esempio. Aveva promesso a Dubourg di andare ad abitare da lui in rue Guénégaud, come un detenuto che esca di prigione e voglia farsi una pelle nuova e sviare i propri istinti. Ma Dubourg temeva i pregiudizi dell’amico contro di lui e, invece di attaccarlo frontalmente, si perdeva in precauzioni per non allarmarlo.
« Dormirai qui » insinuò.
La camera era accogliente. Sopra i tetti della Zecca, riceveva molta luce. Piuttosto stretta e molto alta, era tutta dipinta di un bianco crudo. Il tappeto era color crema. Lì sopra spiccavano le legature dei libri, qualche stoffa rustica, dei fiori. Ma tutto era impregnato dell’enigma dolciastro della vita di Dubourg.
« Hai paura di andartene di là? » continuò Dubourg, che vedeva il broncio di Alain.
« Sì ».
Entrò la moglie di Dubourg e interruppe quei timidi approcci. Era una donna alta, magra, dai movimenti languidi, nuda sotto il vestito. Bei capelli, begli occhi, brutti denti. Era accompagnata dalle figlie – la seconda simile alla prima – e da un gatto. Il piccolo gruppo non faceva il minimo rumore. Si diceva infatti che Dubourg avesse sposato questa Fanny per la sua straordinaria attitudine al silenzio e alla posizione orizzontale. “Quando siamo soli, non si sente un rumore in casa. Lei se ne sta in camera sua distesa sul suo divano, io sul mio. Soltanto le bambine stanno in piedi”. C’era da dubitarne, a vederle così indolenti anche loro.

(Pierre Drieu La Rochelle – “Fuoco fatuo”)

 

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La perfezione non è cosa umana

La perfezione non è cosa umana; e il più delle volte essa appartiene piuttosto alla menzogna che alla verità; sia che questa menzogna si annidi nei rapporti tra noi e gli altri, sia che presieda a quelli tra noi e noi stessi. E questo perché ad evitare le irregolarità, i difetti, le ruvidezze della verità è più atta la finzione la quale vola al suo scopo senza intoppi né pentimenti che non un modo di azione scrupoloso e aderente alla materia sulla quale si esercita.

(Alberto Moravia – “L’amore coniugale”)

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I varani

(I varani della “Casa dell’inquietudine” di Maria Lai a Ulassai- Foto e testo di Elvis Crotti)

Elvis Crotti scrive, tra le altre cose, diari di viaggio che, usando le sue parole, sono “composti da piccoli appunti scritti a fine giornata. Poche parole in metrica libera in sintonia o in contrapposizione con un’immagine. A volte l’immagine sollecita lo scritto, a volte l’immagine fa da corredo alle parole. È un esercizio che svolgo da anni, pochi minuti di raccoglimento prima di prendere sonno“.
Elvis Crotti ha pubblicato nel 2012 “Juke-box per uomini soli”, ExCogita editore.

 

 

 

 

 

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Vastità

Vastità minorchina

Vastità minorchina – Foto di Davide Tizzoni

Nel tempo mi sembra di aver compreso che amarsi è anche onorare la solitudine dell’altro. Ecco, forse noi (donne) sappiamo farlo meglio. Non chiuderti (…); mantieni, proteggi e valorizza il contatto con i tuoi desideri, sempre. Non arroccarti, non diventarne orgogliosa come di una corazza, abbi cura di ogni fase, il tuo interlocutore è in ascolto, non sempre è facile ritenere l’altro degno di accogliere dolori tanto intimi da scuotere la vita stessa. Non è presunzione, è vastità.

(Estratto da una chat con E., stamane. Con gratitudine…)

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Il nuovo anno

Non chiederò al nuovo anno grandi cose.
Ha appena 5 giorni.
Non chiederò al nuovo anno cambiamenti improvvisi.
Mi basterà guardarlo espandersi un giorno con l’altro, in piccoli gesti che non sono ancora azioni ma lo saranno presto.
Chiederò invece a me stessa di aver pazienza.
Non darò peso ai lamenti del “non cambia mai nulla”, ai mestatori domestici, ai falsi autentici.
All’ottimismo sostituirò la consapevolezza, alla paura l’incanto dell’inatteso, alla vergogna la bellezza della sincerità.
Non ci sarà una lista dei buoni propositi.
Non ci saranno “grandi progetti”, ma il presente vivido da vivificare nel presente.
E se nulla cambierà, sarà comunque un cambiamento.
Prendere atto dell’evidenza.
Nutrire speranza nel futuro.
Non potrei domandare di più a questa creatura di appena 5 giorni, che mi accompagnerà per altri 360, senza stancarsi della mia presenza e senza giudicare le mie mancanze.
Dovremmo essere grati di esserci, in questo nuovo anno.
Di averlo visto scoccare nella mezzanotte di una notte piena di botti e di champagne.
In una notte piena di stelle.
Non me lo voglio scordare il momento della nascita.
Non me lo voglio proprio scordare…

(Articolo pubblicato la prima volta su questo blog il 5 gennaio 2016)