Sentirsi in pace

Di seguito, alcuni atti di forza con cui ho trattenuto il nome di mio padre. La notte aspettavo che l’orologio segnasse il nostro tempo, sei uno sei, per ritrovare il suo odore di tabacco e borotalco. La mattina percorrevo le strade della città con il collo teso, gli occhi bassi dentro gli interstizi delle mattonelle, piccoli quadrati bianchi stretti l’uno sull’altro a formarne di nuovi, una prateria di quadrati luminosi ingrigiti dalle scarpe dei passanti; alzavo lo sguardo e mi concentravo sulle persone, ne registravo lineamenti e rughe, profondità e allegrezze del passo, la fretta con cui salivano e scendevano dalle auto, spiavo la nevrosi di salutarsi, spingersi, ignorarsi di proposito, stanavo sentimenti asfissiati dall’abitudine o repressi dalle convenzioni. Conoscevo ogni centimetro, ogni persona senza riconoscere nessuno, perché riconoscere è sentirsi in pace, incastrarsi nella città come un elettrodomestico in una cucina, mentre io non ero in pace mai e in mezzo a quell’esercito di visi vedevo solo la mancanza di uno.

(“Addio fantasmi” – Nadia Terranova)

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