Citazione

Un’affollata solitudine

Lavammare“, creazione grafica di Marilù Iaquaniello

… osservo, e gli estranei mi appaiono per quello che sono, che siamo, un gruppo di sopravvissuti ciascuno alla propria battaglia. Vedo una schiera di uomini e donne e bambini monchi di famigliari, amici, amanti; vedo folle di persone che hanno attraversato la morte e ne sono uscite ammaccate, disturbate, mai uguali. Veniamo tutti da un funerale (…); tutti abbiamo perso qualcuno e sappiamo quanto lunghissimo e ingiusto sia il tempo davanti a noi, il tempo senza quella persona. Il tempo che cominceremo a contare anno dopo anno, a partire dalla perdita. Delle vite degli altri non so molto, ma se aprissi uno spiraglio la mia solitudine diventerebbe affollata.

(“Addio fantasmi” – Nadia Terranova)

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Sentirsi in pace

Di seguito, alcuni atti di forza con cui ho trattenuto il nome di mio padre. La notte aspettavo che l’orologio segnasse il nostro tempo, sei uno sei, per ritrovare il suo odore di tabacco e borotalco. La mattina percorrevo le strade della città con il collo teso, gli occhi bassi dentro gli interstizi delle mattonelle, piccoli quadrati bianchi stretti l’uno sull’altro a formarne di nuovi, una prateria di quadrati luminosi ingrigiti dalle scarpe dei passanti; alzavo lo sguardo e mi concentravo sulle persone, ne registravo lineamenti e rughe, profondità e allegrezze del passo, la fretta con cui salivano e scendevano dalle auto, spiavo la nevrosi di salutarsi, spingersi, ignorarsi di proposito, stanavo sentimenti asfissiati dall’abitudine o repressi dalle convenzioni. Conoscevo ogni centimetro, ogni persona senza riconoscere nessuno, perché riconoscere è sentirsi in pace, incastrarsi nella città come un elettrodomestico in una cucina, mentre io non ero in pace mai e in mezzo a quell’esercito di visi vedevo solo la mancanza di uno.

(“Addio fantasmi” – Nadia Terranova)

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Il pettegolezzo, un romanzo collettivo

Tutti sorvegliavano tutti. Bisognava assolutamente conoscere le vite degli altri – per poterle raccontare – e rendere la propria inaccessibile – perché non fosse raccontata. Un complicato equilibrio strategico fra «cavare le informazioni» a qualcuno senza che se ne accorgesse e, di contro, non sbottonarsi in nessun modo, lasciarsi andare giusto su faccende «di poco conto, che si possono sapere». Il passatempo preferito era guardare le persone, all’uscita del cinema, all’arrivo dei treni, la sera, alla stazione. Qualsiasi assembramento era di per sé una ragione più che sufficiente per prenderne parte. La fiaccolata notturna o il passaggio della corsa ciclistica fornivano l’occasione per godersi tanto lo spettacolo in sé quanto la vista dei presenti, per tornare a casa e raccontare chi altro c’era e con chi. Si osservava ogni comportamento, si sviscerava ogni azione fino al movente più recondito, si mettevano assieme piccoli segnali che, accumulati e interpretati, andavano a formare la storia degli altri. Un romanzo collettivo il sui senso generale era costituito dai frammenti di racconto e dai dettagli apportati da ciascuno, e che, a seconda delle persone riunite in negozio o a tavola, poteva riassumersi con «è una persona a modo» o «è una donna di poca cosa».

(Annie Ernaux – “La vergogna”)