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Deboli e sprovveduti dinanzi alla complessità dei fatti

Penso che la peggiore disgrazia che sia successa oggi agli uomini, sia il trovare così difficile identificare, nei fatti che accadono, le vittime e gli oppressori. Dinanzi a ogni fatto che accade, sia esso privato o pubblico, il nostro pensiero insegue disperatamente per un poco le cause che l’hanno determinato e gli eventuali colpevoli, ma infine si arresta sgomento sembrandogli le cause innumerevoli e la realtà troppo tortuosa e complessa per il giudizio umano. (…)
I più vecchi di noi hanno intanto ben chiara la memoria di un tempo non molto lontano in cui schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema. In quel tempo l’immagine della verità era chiara, inconfondibile e incrollabile davanti a noi e si sapeva sempre dove era situata. (…)
… noi avevamo davanti al nostro pensiero una realtà ben meno affollata e meno immensa, dove ci muovevamo sicuri nello sdegno e nell’assentimento.

(“Mai devi domandarmi” – Natalia Ginzburg)

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Lettere, non ne scriviamo

Noi viviamo magari nelle capitali e ci sembrano province. Abbiamo intorno una folla di gente e ci sentiamo esclusi dalla vita dell’universo. Siamo pieni di bovarismo dalla testa ai piedi, sempre ansiosi, nostalgici, indifferenti. L’orizzonte che abbiamo ci sembra piccolo, abbiamo la perenne sensazione di essere cascati in un punto sbagliato, e che la porzione di orizzonte che ci è toccata sia troppo esigua. In noi è il pensiero segreto che se avessimo avuto uno spazio più vasto dell’orizzonte, e intorno una folla più grande di amici e interlocutori, forse avremmo potuto avere un destino più alto. I legami famigliari, noi non pensiamo che possano arricchirci lo spirito, essi sono stati guidati a noi dal caso e nel caso non crediamo. Il caso si appare qualcosa di assai vile e spregevole. Crediamo solo nelle nostre scelte, e le nostre scelte sono sprezzanti, irrequiete, schifiltose e smaniose. Stiamo però sempre con i cannocchiali puntati, sperando che sopraggiunga qualcuno. Lettere, non ne scriviamo.

(“Mai devi domandarmi” – Natalia Ginzburg)

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Una straordinaria umiltà

Ma a metà della festa lei aveva lasciato la sala, era andata dal nonno (…) e gli aveva detto che voleva ritornare a casa. Non era stato facile, dopo, tirarle fuori la ragione; confessò alla fine che non aveva potuto sopportare gli sguardi di invidia delle sue amiche. Si era accorta che soffrivano perché lei, vestita più semplicemente di loro, era più corteggiata. Non per favorirle volle andar via; ma per insofferenza, perché sdegnava entrare in quella competizione. La sua avversione al «mondo» era profonda. Vi riconosco ora il suo orgoglio, che fu la strada inconsueta della sua straordinaria umiltà.

(“La penombra che abbiamo attraversato” – Lalla Romano)