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Non si può disturbare Dio

Da quando mio padre è morto, gli chiedo di intervenire nella mia vita. Guardo il cielo e gli parlo con voce confidenziale e veemente. È l’unico essere a cui possa rivolgermi quando mi sento impotente. All’infuori di lui non conosco nessuno che potrebbe preoccuparsi di me nell’aldilà. Non mi viene mai in mente di parlare con Dio. Ho sempre ritenuto che non si possa disturbare Dio.

(“Felici i felici” – Yasmina Reza)

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Mai attirare l’attenzione!

 

Il processo

Restare sempre quieti, anche se a controcuore! Cercare di capacitarsi che questo grosso organismo giuridico è in certo modo condannato a uno stato di provvisorietà permanente, e che se uno si prende l’iniziativa di cambiarvi qualcosa in un determinato luogo, non fa che scavarsi la terra sotto i piedi e può finire col cadere, mentre il grosso organismo (poiché tutto si tiene) trova compenso altrove alla piccola perturbazione e rimane inalterato: quand’anche, cosa probabile, non ne esca ancora più chiuso, più vigile, più severo e malvagio.

(“Il processo” – Franz Kafka)

Gli amichevoli colloqui

Conversare: dal latino cum-versàre, cum (insieme) / versàre (volgersi, trattenersi, praticare con qualcuno). Quindi: trattenersi abitualmente con altri in amichevoli colloqui.
(definizione tratta da etimo.it)

Mi pare, invece, che conversare sia un luogo effimero nel quale ognuno “parli per parlare” ovvero per produrre un qualsivoglia effetto. Frastuono al posto del suono, vacuità di senso al posto del significato. Mi capita sempre più spesso di defilarmi dagli “amichevoli colloqui” perché troppo impegnativi nel loro porsi a fondamento del disimpegno. Per non dire dell’imprescindibile supporto dei “devices” alla conversazione, giacché risulta vitale che un’informazione debba essere smentita o confermata in tempo reale. E nel tempo tra un risultato della ricerca e un altro, si rimane come inebetiti, confusi, stonati, alterati, annichiliti, appiattiti, impreparati…

Ah, la noia, l’odio verso se stessi che non ammette lentezza.

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Le magnifiche menti dei poeti

I poeti bevevano al Vesuvio e al Twelve Adler Place e al Tosca sul lato opposto di Columbus, ma l’unico vero bar di poeti era Gino and Carlo’s. Charlie e Jamie vi entravano di rado prima di mezzanotte, quando la serata non era che all’inizio. Vedevano Ginsberg, Orlovsky, Whalen, Spicer, Snyder, Welch e Brautigan sorseggiare i loro drink, ridere e incoraggiare Spicer nella sua eterna battaglia contro i flipper. I poeti avevano menti magnifiche e un gran coraggio, e bevevano come animali

(“I venerdì da Enrico’s” – Don Carpenter)

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Dolori incidentali

 

 

 

 

 

 

 

Il fatto che successe subito dopo in cucina fu di quelli che s’infilano nei ventricoli della memoria e li ostruiscono, producendo quei piccoli infarti di cui si continua a soffrire segretamente. Il passato è pieno di questi dispiaceri che ci ingannano con la dolcezza, e sono come luci fioche che solo noi vediamo ancora, stanze di poveri delitti a cui abbiamo assistito e ci portiamo dietro negli anni con quello stesso sentirci responsabili e colpevoli, e sono teste basse, gole che ingoiavano, sorrisi contraffatti per coprire il dolore di un rimprovero, avvilimenti incrociati in uno sguardo che chiede aiuto o almeno comprensione, cani che avremmo potuto raccogliere e salvare in una sera d’inverno, bambini trascinati da un padre in collera sul marciapiede che percorrevamo nell’altro senso, e non l’abbiamo più dimenticata quella piccola disperazione avvinghiata al braccio, e noi c’eravamo, passavamo di là, eravamo il bordo a cui le dita non si sono aggrappate, siamo pieni di questi dolori incidentali che hanno un conto in sospeso con noi e che paghiamo con l’unica moneta che ci resta, ricordando.

(Diego De Silva – “Da un’altra carne”)

 

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L’esistenza è errore

E mentre lo Stato e mentre la società e mentre la massa fanno di tutto per eliminare il pensiero, dice Oehler, noi ci opponiamo a questi sviluppi con tutti i mezzi a nostra disposizione, anche se noi stessi per la maggior parte del tempo crediamo all’insensatezza del pensiero, perché sappiamo che il pensiero è piena insensatezza, ma perché – d’altra parte – sappiamo con altrettanta precisione che noi senza l’insensatezza del pensiero non siamo, ovvero non siamo nulla. Allora proviamo a adeguarci alla disinvoltura con cui la massa ha il coraggio di esistere, anche se in ogni sua dichiarazione essa nega tale disinvoltura, dice Oehler, ma com’è naturale non riusciamo a essere effettivamente disinvolti nella disinvoltura della massa.

(Thomas Bernhard – “Camminare”)