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Non potendo fare teatro, ho fatto l’avvocato

Da bambino mi chiudevo in un mutismo ostinato. Ero ombroso, irascibile, permaloso. E mia madre lo sapeva. Allora anche lei non parlava, si limitava a guardarmi. E io lo sapevo. Allora mi preparavo alla gara del silenzio, con scorte di pensieri.
Fuori casa era tutta un’altra cosa: ero persino ciarliero. E come tutte le persone controllate, un poco eccessivo. Voce troppo alta, risata troppo squillante, sguardo troppo penetrante.
Ma c’era anche il corpo: un grosso, imponente corpo. Un’altezza inconsueta. Una faccia larga e irsuta. Niente di nobile. Polpa impastata con segale e crusca.
Educatamente grezzo. Elegantemente barbarico.
Quasi un signore rustico.
Tutte cose utili in Aula. Specialmente dalle nostre parti. Cose che fanno tacere pubblici troppo rumorosi; che fanno sorridere giudici troppo annoiati; che fanno sollevare il capo persino a cancellieri imbalsamati. (…)
Non potendo fare teatro, ho fatto l’avvocato. Che un costume l’impone. E impone la voce impostata e il gesto rotondo.
L’uomo era un’altra cosa e spesso battagliava contro l’oratore. Era più minuto della sua altezza, era in preda al dubbio.
L’uomo era un’altra cosa. Era un bambino. Un bambino che temeva e rispettava. Un bambino taciturno.
Un bambino testardo.

(Marcello Fois – “Sempre caro”)

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L’antica domanda

Qual è il significato della vita? (…)
Forse la grande rivelazione non giungeva mai. Vi erano al contrario piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi accesi inaspettatamente nel buio; eccone uno.

(Virginia Woolf – Gita al faro)

L’uomo con il riportino

Quando il treno parte l’uomo con il riportino si sta ancora sistemando le spalle nella giacca (infatti sbuffa; e che ti sbuffi, pensa Rosario. Fai che il treno ti doveva chiedere permesso. Disprezza questo genere di persone, soprattutto gli uomini. Si lamentano continuamente che le cose non vanno bene, e fanno sempre la faccia del torto ricevuto, le sopracciglia «dopo tutto quello che ho fatto». Sono meglio loro, con quelle giacche del mercatino, gli occhiali di quando si sono sposati, quelle stanghette ridotte al bianco che spuntano da dietro le orecchie, quei borselli di cuoio con la tracolla, pieni di tasche, che quando aspettano il pullman e tirano fuori le sigarette e l’accendino sempre dallo stesso taschino chiuso con la fibbia all’ultimo buco li vedi che guardano intorno se per caso qualcuno gli vuole chiedere una sigaretta; e stanno sempre con la paura che gli levano quelle quattro miserie che non vogliono spartire con nessuno, però tengono il posto, loro, il posto statale. Perciò parlano).

(Diego De Silva – “Certi bambini”)

 

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I versi sono esperienze

Ma i versi significano così poco, quando li si scrive in troppo giovine età! Bisognerebbe aver la forza di attendere: raccogliere in sé per tutta una vita.
Per tutta una lunga vita, possibilmente – i succhi più dolci; e solo allora, solo alla fine riusciremmo a scrivere non più di dieci righe di poesia.
Perché i versi non sono – come tutti ritengono – sentimenti. Di questi si giunge rapidi a un precoce possesso. I versi sono esperienze. Per scriverne anche uno soltanto, occorre aver veduto molte città, molti uomini, molte cose.
Occorre conoscere a fondo gli animali. Sentire il volo degli uccelli; sapere i gesti dei piccoli fiori quando si schiudono all’alba.
Occorre poter ripensare a sentieri dispersi in contrade sconosciute; a incontri inattesi; a partenze a lungo presentite imminenti; a lontani tempi di infanzia ravvolti tutt’ora nel mistero; al padre e alla madre, che eravamo costretti a ferire, quando ci porgevano una gioia incompresa da noi perché fatta per altri; alle malattie di puerizia, che così stranamente si manifestavano, con tante e così profonde e gravi metamorfosi; a giorni trascorsi in stanze silenziose e raccolte; a mattini sulla riva del mare; al mare; a tutti gli oceani; a notti di viaggio che scorrevano altissime via, volando sonore con tutte le stelle.
E non basta. Occorre poter ricordare molte notti d’amore, sofferte e godute: e l’una, dall’altra, diversa; grida di partorienti; lievi e bianche puerpere che risarcivano in sonno la ferita. Occorre aver assistito dei moribondi, aver vegliato lunghe ore accanto ai morti, nelle camere ardenti, con le finestre chiuse e i rumori che v’entrano a flutti. E anche ricordare non basta.
Occorre saper dimenticarli i ricordi, quando siano numerosi; possedere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi, in sé, non sono ancora poesia. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo, gesto; quando non hanno più nome e più non si distinguono dall’essere nostro – solo allora può avvenire che in un attimo purissimo di grazia dal loro folto prorompa e si levi la prima parola di un verso.

(Rainer Maria Rilke)

A te, che mi hai regalato il bel viaggio

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.
Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

(Costantino Kavafis – Poesie – un estratto da “Itaca”)

Chiò chiò

Il signor Pantaleo sta facendo un giro al parco dopo pranzo. Scorge un signore seduto su una panchina che sembra avere un’aria molto afflitta.
Gli si avvicina.

«Buongiorno, come va?»
«Eh, tiriamo a campare.»
«C’è qualche problema particolare?»
«No, la solita vita.»
«La vita è bella.»
«Sapesse quanti sacrifici…»
«Tipo?»
«I soliti… può immaginare.»
«No, non li immagino.»
«Ci siamo capiti!»
«Lei è vivo, in salute, ha un bel vestito e oggi c’è pure il sole.»
«Lei la fa semplice…»
«Dice?»
«La casa, il mutuo, la macchina, il lavoro, i figli.»
«Fortunato lei che ha tutte queste cose.»
«Sì, ma sapesse che sacrifici.»
«Può sempre rinunciare a qualcosa.»
«E a cosa? Impossibile, impossibile amico mio. La società impone uno standard di vita, sa com’è…»
«Quindi lei non è contento della vita che ha. Chi gliel’ha imposta la vita che ha?»
«Beh, la società… la famiglia…»
«Ma che dice, per dio, questa è l’unica vita che ha, ne è consapevole?»
«Ma certo, cosa crede, non sono sprovveduto. Solo, mi scusi, ora devo andare…»
«La vita è bella, se lo ricordi…»
«Sì, sì… mi scusi scappo ché se mi chiude il negozio Tim sono rovinato.»

Il signor Pantaleo rimane solo di fronte alla panchina vuota. Un passero si posa sulla sua spalla.
«Almeno tu, amico pennuto, sei contento?»
«Chiò chiò

 

 

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Virtù e purezza

(…) virtù e purezza poco si distinguono dal vizio se non sono immuni da sentimenti malvagi.

(Čechov – “Racconti e Teatro” – cit. dal racconto “Una storia noiosa. Dalle memorie d’un vecchio” anno 1889)