L’Italia è favola

Se un re è un personaggio da favola, un re d’Italia è due volte da favola, perché l’Italia stessa è favola. Era impossibile farsene un’immagine concreta. Come si può condensare nella stessa immagine il Vesuvio e le gondole, Pompei e la Fiat, il teatro della Scala e le caricature di Mussolini che si vedevano sul Krokodíl, quella specie di bandito da strada con la mascella da iena, il fez col fiocco, il pancione da capitalista e il coltello in mano?

(“Se non ora, quando?” – Primo Levi)

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Questa piccolissima luce indecifrabile

Resta, al sommo di tutto, questa capacità di tenerezza
Questa perfetta intimità con il silenzio
Resta questa voce intima che chiede perdono di tutto:
– Pietà! perché essi non hanno colpa d’esser nati…

Resta quest’antico rispetto per la notte, questo parlar fioco
Questa mano che tasta prima di stringere, questo timore
Di ferire toccando, questa forte mano d’uomo
Piena di dolcezza verso tutto ciò che esiste.

Resta quest’immobilità, questa economia di gesti
Quest’inerzia ogni volta maggiore di fronte all’infinito
Questa balbuzie infantile di chi vuol esprimere l’inesprimibile
Questa irriducibile ricusa della poesia non vissuta.

Resta questa comunione con i suoni, questo sentimento
Di materia in riposo, questa angustia della simultaneità
Del tempo, questa lenta decomposizione poetica
In cerca d’una sola vita, una sola morte, un solo Vinícius.

Resta questo cuore che brucia come un cero
In una cattedrale in rovina, questa tristezza
Davanti al quotidiano; o quest’improvvisa allegria
Di sentir passi nella notte che si perdono senza memoria…

Resta questa voglia di piangere davanti alla bellezza
Questa collera di fronte all’ingiustizia e all’equivoco
Questa immensa pena di se stesso, questa immensa
Pena di se stesso e della sua forza inutile.

Resta questo sentimento dell’infanzia sventrato
Di piccole assurdità, questa sciocca capacità
Di rider per niente, questo ridicolo desiderio d’esser utile
E questo coraggio di compromettersi senza necessità.

Resta questa distrazione, questa disponibilità, questa vaghezza
Di chi sa che tutto è già stato come è nel tornar a essere
E allo stesso tempo questa volontà di servire, questa contemporaneità
Con il domani di quelli che non ebbero ieri né oggi.

Resta questa incoercibile facoltà di sognare
Di trasformare la realtà, dentro questa incapacità
Di non accettarla se non come è, e quest’ampia visione
Degli avvenimenti, e questa impressionante

E non necessaria prescienza, e questa memoria anteriore
Di mondi inesistenti, e questo eroismo
Statico, e questa piccolissima luce indecifrabile
Cui i poeti a volte danno il nome di speranza.

Resta questo desiderio di sentirsi uguale a tutti
Di riflettersi in sguardi senza curiosità e senza storia
Resta questa povertà intrinseca, questa vanità
Di non voler essere principe se non del proprio regno.

Resta questo dialogo quotidiano con la morte, questa curiosità
Di fronte al momento a venire, quando, di fretta
Ella verrà a socchiudermi la porta come una vecchia amante
Senza sapere che è la mia ultima innamorata.

(“L’avere” – Vinícius De Moraes)

In città chi è infelice vive meglio

[…] Bene, ci eravamo trasferiti in città. In città chi è infelice vive meglio. In città si può vivere cento anni senza neanche avere l’idea di essere già da un pezzo morti e sepolti. Non c’è tempo di fare i conti con sé stessi, si è sempre occupati. Gli affari, le relazioni sociali, la salute, le arti, la salute dei bambini, la loro educazione. Bisogna ricevere questo e quello, andare di qua e di là. C’è sempre qualcosa da vedere, da ascoltare. In città in qualsiasi momento c’è sempre almeno una celebrità, ma più spesso due, o tre, che non si possono assolutamente perdere. C’è sempre qualcuno, inclusi noi, che ha bisogno di cure, poi ci sono gli insegnanti, i ripetitori, le istitutrici, ma la vita è incredibilmente vuota. Anche noi vivevamo così, e sentivamo meno il dolore della nostra convivenza. Oltretutto nei primi tempi c’era la fantastica occupazione di doversi sistemare nella nuova casa e nella nuova città, come anche ci occupavano i periodici spostamenti dalla città alla campagna e dalla campagna in città. […]

(Lev Tolstoj – “La sonata a Kreutzer” )