Il nonno mi racconta la storia d’Italia

A volte può succedere
che io non abbia sonno,
così scendo dal letto
e chiamo forte il nonno.
Lui lascia il suo giornale,
lo poggia sul divano,
entra nella mia stanza
e prende la mia mano.
Dopo aver chiuso gli occhi,
pesca nella memoria
e inizia, come al solito,
a dire la sua storia…

(…)
Racconta di una guerra
che fece tanti morti,
di inverni troppo rigidi
e pantaloni corti.
Mi parla della fame
divisa in parti uguali,
ricorda anche il Natale,
però senza regali.
La lotta partigiana
contro l’occupazione,
il primo voto libero
con la Costituzione.
(…)

(Estratto da La storia più bella del mondo contenuta in Il quaderno delle Filastrocche di Mario Pennacchio – Kellermann Editore)

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L’acre vapore del vino

A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello di magico pensiero.
Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l’acre vapore del vino
indenne…

Estratto da Le osterie in Poesie per Charles – Alda Merini

Le campagne, anche le vigne, sembravano giardini pubblici

Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull’erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c’era luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. Quella notte, se anche Nora si fosse lasciata rovesciare sull’erba, non mi sarebbe bastato. I rospi non avrebbero smesso di urlare, né le automobili di buttarsi per la discesa accelerando, né l’America di finire con quella strada, con quelle città illuminate sotto la costa. (…)
Adesso sapevo perché ogni tanto sulle strade si trovava una ragazza strangolata in un’automobile, o dentro una stanza o in fondo a un vicolo. Che anche loro, questa gente, avesse voglia di buttarsi sull’erba, di andare d’accordo coi rospi, di esser padrona di un pezzo di terra quant’è lunga una donna, e dormirci davvero, senza paura? Eppure il paese era grande, ce n’era per tutti. C’erano donne, c’era terra, c’era denari. Ma nessuno ne aveva abbastanza, nessuno per quanto ne avesse si fermava, e le campagne, anche le vigne, sembravano giardini pubblici, aiuole finte come quelle delle stazioni, oppure incolti, terre bruciate, montagne di ferraccio. Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri; “Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere.” Era questo che faceva paura. Neanche tra loro non si conoscevano; traversando quelle montagne si capiva a ogni svolta che nessuno lì si era mai fermato, nessuno le aveva toccate con le mani. Per questo un ubriaco lo caricavano di botte, lo mettevano dentro, lo lasciavano per morto. E avevano non soltanto la sbornia, ma anche la donna cattiva. Veniva il giorno che uno per toccare qualcosa, per farsi conoscere, strozzava una donna, le sparava nel sonno, le rompeva la testa con una chiave inglese.

 

Mr Duffy

Mr Duffy aborriva il minimo segno di disordine, fisico o mentale che fosse. Un dottore medioevale l’avrebbe definito un saturnino. Il suo volto, sul quale era stampata l’intera storia degli anni trascorsi, aveva il medesimo color bruno delle vie di Dublino, mentre sulla testa oblunga e piuttosto grossa crescevano capelli neri e aridi, e un paio di baffi rossicci non riuscivano a coprire del tutto la sgradevole bocca. Anche gli zigomi contribuivano a conferire al suo volto un che di aspro, eppure non c’era nota di durezza negli occhi i quali, osservando attorno da sotto le sopracciglia rossicce, davan l’impressione di un individuo sempre pronto a cogliere nel prossimo impulsi di redenzione, pur restando quasi sempre deluso. Viveva a una certa distanza dal proprio corpo, osservandone gli atti con dubbiose occhiate di sbieco. Aveva inoltre una curiosa propensione autobiografica che lo portava, di quando in quando, a comporre nella mente brevi frasi su se stesso col soggetto in terza persona e il verbo al passato. Non faceva mai l’elemosina ai mendicanti e camminava con passo sicuro, stringendo un robusto bastone di nocciolo.

(Tratto dal racconto “Un caso pietoso”)