Virtùale

Com’è che è scoppiata ’sta mania di elaborare? La verità: siamo sottomessi alla pigrizia, impigriti dalle scale mobili, dagli smartphone, dalle auto servo-assistite. L’abbigliamento come status symbol. I post sui social come affermazione di carattere. Nessuno sa chi ha detto cosa, quando e perché. Tutte le informazioni sono decontestualizzate, buttate nel girone del caos universale e interpretate come cosa a se stante. Copioni che scrivono altri copioni, una serie infinita di frasi originali che diventano in tempo reale finzioni e già detto, un frasario globalizzato di sigle, simboli, icone. Ecco sintetizzate le tue idee. Virtùale, la virtù del reale. Siamo naufraghi nel mare, abbiamo bisogno di approdare a qualche sponda per rendere atto della nostra presenza nel mondo ma abitiamo scenari virtuali, con identità virtuali, profili, post, fotografie, amici e “mi piace” come corollario all’esistente. La visibilità ha sostituito la sostanzialità. Troppa astrazione. Siamo paralizzati dentro la rete. Siamo intrappolati e cerchiamo di muoverci il più possibile stando fermi, i fili stringono e fanno male. Siamo anestetizzati dai social media. Gli ascensori e le scale mobili dicono di una società molto di più dei bagni pubblici. La gente si precipita verso le scale mobili e gli ascensori all’uscita delle metropolitane. La gente sgomita per essere quella che prima di te entra in ascensore. Un piano di scale. Troppa fatica. E che ci sarà dopo? Dopo questa pigrizia universale. Le notifiche del telefono sono gli unici allarmi in grado di destarci dal torpore. Siamo esseri allarmati. Sempre tesi a captare un bip. Mail, sms, what’up, facebook. Nelle stazioni i bagni pubblici sono a pagamento. 0,50 centesimi, 1 euro. Dipende dalla zona. A Cadorna, per esempio, 1 euro. Ho capito che c’è poco da fare. Siamo insoddisfatti per definizione. Ci lasciamo ingannare dai profili degli altri, dai loro status con tanto di localizzazione: Sergio, Lisbona, cosa voglio di più? Estate 2016. Abbiamo sigle per definire nuove sindromi. FOMO. ASAP. LOL. Siamo diventati intolleranti e allergici. Al nichel, al glutine, alle farine raffinate, ai polinsaturi, alla carne di mucca, al lattosio, all’acrilico. Siamo deboli. Siamo fragili. Ci muoviamo nel mondo seguendo itinerari tracciati da un navigatore. Il percorso più veloce. Senza pedaggi. In città. Tutto stimato e pre-stimato, sovrastimato o sottovalutato. Tutto codificato, cercato e trovato in una rete di cui non siamo che fruitori, senza cognizione del liquido nel quale navighiamo. Spermatozoi nel liquido amniotico di internet. Benvenuti nel nulla. Tu sei colui che appare. Colui che posta. Che tagga. Tu sei la selfie che ti fai. Non più carta d’identità, ma selfie identity. Ti piace? Clicca mi piace prima degli altri. Faccina, icona, buon compleanno, lavoro, viaggio, tempo libero… Tutti si debbono solo divertire. E facebook diventa un parco giochi con qualche notizia di cronaca e qualche coccodrillo di artista morto di tanto in tanto, David Bowie, Prince, Madre Teresa, Rita Levi Montalcini, Umberto Eco… R.I.P. Soffrire di invidia per vite alterare dal filtro e dalla cornice, dall’effetto seppiato, B/N, effetto lifting con smagrimento del viso, tutti sempre bellissimi. Nell’alterazione c’è bellezza. Si è belli solo se artefatti, rispondenti a un modello, a un clichè, a un modo di pensare il mondo nel quale la tua selfie possa trovare posto. Un posto d’onore pieno di mi piace.

Pensieri alterati a quest’ora del giorno.

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La luna

La luna stasera abbaia luce

I cani s’abbagliano e impazziscono

Nei loro versi comici 

Il mare ha dato tregua a se stesso 

E s’è calmato e accoglie chi vi approda

Sono approdata all’isola sedotta dal sangue e il suo richiamo

Sanguino come la luna sanguina luce

Netta chiara trasparente nella notte con i fuochi della Libera

Madonna che sottomette pie mammelle

La luna in cielo e quindi ovunque 

Io così piccola e statica

Ascolto la voce della luna

E poco altro esiste