Il niente

 

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Che senso aveva la vita? Nessuno, mi dicevo. Ero stato così felice che adesso non desideravo più nulla. Un tranquillo stupore, una ferma disperazione, una delusione per sempre, come se finalmente vedessi e toccassi con mano la verità ultima dell’esistenza. Ma se ero deluso, mi dico oggi, significa che prima mi ero illuso. Non può essere vero che la gioia che avevo provato poco prima fosse priva di pensiero! La gioia che poco prima avevo provato assomigliava, sebbene infinitamente più intensa, alla gioia di uno sforzo muscolare e sportivo, nuotare remare sciare, e assomigliava nello stesso tempo alla gioia della creazione artistica, conteneva cioè una strana certezza, istintiva e confusa ma anche solida, incrollabile, di arrivare così, crescendo come cresceva, a penetrare un mistero, a svelarlo, a capire ciò che non avevo mai capito: saprò, mi dicevo intanto, saprò, saprò, saprò: ancora un po’, ancora un po’, e al di là del massimo di questa gioia saprò. Ma al di là, poi, avevo capito che non c’è niente. O piuttosto: avevo capito che al di là di quella gioia c’è il niente.

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Nel silenzio

«Ma tu, perché leggi tanti libri?»

«Perché mi ascoltano.»

 

Nella metropolitana di Milano

… riguadagnare come si dice la metropolitana scendere fino ai binari vedere i grandi schermi giganti che non trasmettevano, delle sfilate di moda, trasmettevano delle gare di sci, e la gente eran tutti lì che guardavano come se gli interessavano moltissimo le gare di sci che io subito avevo pensato che la metropolitana a Milano alla sera alle sei e un quarto si vede è frequentata dai lavoratori del mondo dello sci, fabbricanti di sci, maestri di sci, noleggiatori di sci, allievi di sci, sciatori, sciatrici, solo poi li ho osservati un po’ meglio, i frequentatori, guardar le espressioni che avevano gli occhi persi nel vuoto dello schermo gigante ho pensato che sembravan piuttosto dei lavoratori del mondo della beneficenza come se partecipavano tutti a un progetto pilota di estrazione di neuroni da dentro il cervello un esperimento di donazione di intelligenze ai paesi in via di sviluppo che loro ne hanno bisogno davvero, che non hanno come noi la strada segnata verso il successo che da noi basta inserire il pilota automatico dopo vent’anni di onorata carriera uno ha una bella posizione la casa di proprietà dei figli già grandi senza avere mai fatto lo sforzo di un pensiero autonomo e originale, ho pensato io l’altro giorno…

 

 

SichiamaFrancescaquestoromanzodiPaoloNori

Funzioneremmo senza corrente elettrica?

La resilienza è per la metallurgia ciò che la consapevolezza è per la vita. Il contrario della fragilità, l’opposto della vulnerabilità. Non si tratta di indistruttibilità bensì di “capacità di sostenere gli urti senza spezzarsi”. Tale capacità appartiene a tutti i metalli ma non a tutti gli esseri umani. L’uomo per esercitare la resilienza deve averne consapevolezza. Il metallo nasce consapevole della sua resilienza, l’uomo no. L’uomo se la deve conquistare con l’esperienza, con l’audacia. Io, te, noi tutti di cosa siamo realmente consapevoli?

Avversario della resilienza è pure la paura. L’allarme istintivo dell’essere umano che si attiva in caso di pericolo. L’uomo moderno si è inceppato. Il troppo comfort ha generato mille nuove paure. Paure piccole che si sommano tra loro a formare un mucchio. Il mucchio vince sul singolo. Ed ecco che abbiamo paura se dimentichiamo il carica batterie (del computer, del telefonino, della macchina fotografica) a casa, se perdiamo le chiavi di casa o della macchina (quante volte perdiamo le chiavi?), se non chiudiamo la porta di casa, la portiera della macchina (torni sempre indietro con il telecomando puntato a controllare che l’auto sia chiusa. Ed è sempre chiusa!). Queste minuscole paure si sommano quotidianamente monopolizzando il pensiero che non è mai nel presente. Al presente si concede un’attenzione minima, quasi autogena, di sicuro ripetitiva. Una mimesi.

Alla paura è associato il pericolo. Sento puzza di pericolo e il mio corpo si attiva. Scatta in avanti. Il cuore accelera. Che pericolo è lasciare il carica batterie a casa? Oppure perdere le chiavi di casa? Il pericolo vero della modernità è che il pianeta rimanga senza elettricità. A quel punto cosa più funzionerebbe? Il nostro cervello funzionerebbe senza corrente elettrica? Noi funzioneremmo? La questione è enorme, quasi metafisica – un eterno black-out? – e la vita troppo organizzata per dar peso a tutto questo. Posso tornare quindi alla mia vita. E all’ansia delle minime cose (dimenticare il carica batterie a casa è una paura che può assorbirmi il presente).

Hai paura. Abbiamo paura. Avremo sempre più paura. E la paura frena. La paura blocca. E cosa frena se non la corsa. Che cosa blocca se non la volontà?

Resilienza al giorno d’oggi è prendere coscienza del presente. Basta questo a sostenere gli urti senza spezzarsi.

Almeno così mi pare di aver capito.