Stimato scrittore

Stimato scrittore per come la vedo io non ti servono una sedia, un tavolo, un computer, un foglio di carta, una penna o una macchina da scrivere. Non ti serve raccontare i motivi che t’hanno spinto a scrivere, quelli, stuorto o morto, sono uguali per tutti. Infatti si scrive per 1) sconfiggere la morte 2) raccontare una storia 3) disperazione.

Non spiegare ciò che scrivi, lascia che ciò che scrivi si spieghi da sé. Non sentirti un privilegiato, percepisciti per ciò che sei: un ladro, un guardone, un pigro, un fallito.

Non perdere ore a formulare una tabella di marcia, a organizzare il calendario, a “buttare giù” schemi. Scrivi come ti viene e quando ti viene. Leggi – di tutto, sii onnivoro – se non riesci a scrivere o non vuoi scrivere o ti rifiuti di scrivere. Scrivere è un mestiere che non può avere regole anche se molti scrittori credono il contrario. E infatti quelli là scrivono poi libri su come si scrive un libro, pieno di regole e citazioni, pieno di “consigli utili” e “spunti di riflessione” (il mio amico Paolo direbbe che se c’è un consiglio è utile, se c’è uno spunto è di riflessione) e dopo averli letti ti viene una gran voglia di aprire il computer e iniziare a mettere in pratica i “consigli utili” e gli “spunti di riflessione”, ma dieci a tre che invece ti viene un gran sonno e tutto si assopisce.

Non ti serve inventare, ti basti osservare, ascoltare, mischiare, tagliare e copiare. Impara a intassellare (si potrà dire?). Libera la tua voce. Non puntare ad accattivare il lettore, per quello c’è l’Editoria, punta ad accattivare te stesso. Tu sei Giudice, sei implacabile e sei lassista. Passi la vita a condannarti e a perdonarti. Tra i due estremi, implacabilità e lassismo, vivi momenti di purezza. Saranno questi a guidarti.

E infine, non puntare sull’ego. L’Ego per uno scrittore è una contraddizione in termini. Punta al Nego, la negazione dell’Ego. A uno stordimento, a un ottundimento. Cerca, in una parola, lo svuotamento.

Non ho altro da dire, se pensi che abbia voluto darti dei consigli, fai pure. La vita è comunque tua, anche se il tuo destino è raccontarti attraverso il preso-a-prestito, mio stimato scrittore.

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Secondo Totò

E quando nacque questo Suo odio per i caporali, principe?

Caporali, vede, son quelli che voglion essere capi. C’è un partito e sono capi. C’è la guerra e sono capi. C’è la pace e sono capi. Sempre gli stessi. Io odio i capi come le dittature, le botte, la malacreanza, la sciatteria nel vestire, la villania nel parlare e mangiare, la mancanza di puntualità, la mancanza di disciplina, l’adulazione, i ringraziamenti… Quelli, sa: sempre meglio dell’ingratitudine… All’ingratitudine io ci sono abituato e la accetto: con divertimento. Io non mi arrabbio mai per l’ingratitudine. Una volta feci scarcerare un ladro di polli che aveva rubato il pollo, diceva, per fare il brodo alla figlia tubercolotica. I ladri di polli mi son sempre rimasti simpatici, anche se non hanno la figlia tubercolotica: così chiamai il mio avvocato e lo feci scarcera’. Bene. Sa cosa fece? Uscì e rubò la valigia dell’avvocato. Non è divertente? Per me, sì. Per Lei, meno: suppongo. Anche per me. Un’altra volta avevo un amico: un giornalista. Veniva sempre a mangiare da me, mattina e sera, ed era proprio un amico, non un caporale. Mi chiese in prestito una macchina da scrivere e io gliela comprai. Nuova nuova. Lui disse grazie, andò a casa con la sua macchina e la inaugurò scrivendo un articolo contro di me. L’articolo più feroce che mai sia stato scritto sopra di me: il più crudele, il più cattivo. Divertente, no? Per me, sì, per Lei, un po’ meno. Anche per me. E, in questo caso, più che divertente: bello. Pensi che pena, che mancanza di dignità, se avesse inaugurato la macchina scrivendo bene di me. Infatti il giorno dopo tornò a mangiare e ci ridemmo su.

Dica, principe: ma Lei, quando invoca i santi, lo fa per abitudine o per fede? Insomma, Lei è religioso o no?

Religioso?! Religiosissimo! Vado a messa, mi comunico, e ci credo. Pensi che volevo fare il prete, da giovane… Ho studiato, da prete. E le dico di più: se i frati potessero avere le donne, mi farei subito frate, e sarei un ottimo frate. Non bevo, non bestemmio, non sono geloso, i dolci non li mangio mai, non conosco le carte… Infatti abbandonai l’idea di diventar prete proprio quando scappai con una canzonettista, a vent’anni. Ma che ci vuol fare: io, quell’affare della castità, non lo capisco. Lo trovo così disumano, innaturale. Il cielo, tuttavia, guai a chi me lo tocca.

È dunque per questa religiosità che ha preso tanto filosoficamente la disgrazia degli occhi? Mi accorgo ora che non mi ha mai parlato degli occhi: che sono molto ammalati, lo so.

Per raziocinio, direi. Io sono un uomo molto logico, vede. Sono un ragionatore. Non per nulla vengo da una città di avvocati, credo anzi che sarei stato un meraviglioso avvocato. E secondo logica, dico: stabilito che le disgrazie sono fatte per gli uomini, perché arrabbiarsi contro le disgrazie? Sarebbe come arrabbiarsi perché piove, o perché c’ è il sole, o perché si muore. La morte esiste, la pioggia esiste, la cecità esiste: e ciò che esiste va accettato. Disperarsi a che serve? A vederci meglio? Bisogna adattarsi: prima per esempio scrivevo a mano, ora detto al magnetofono. Prima leggevo molto. Ora mi faccio leggere. E poi proprio cieco non sono: da un occhio, sì, non vedo quasi nulla, ma dall’altro vedo la periferia. Cioè, se mi metto di profilo, io frego l’occhio e la vedo come se stessi di faccia. Posso anche recitare e, infatti, vede: continuo a lavorare, lavoro. Né questo mi rende infelice. Signorina mia, ciascuno ha da portare una croce e la felicità, creda a me, non esiste. L’ho scritto anche in una poesia: «Felicità: vurria sapé che d’è / chesta parola. Vurria sapé che vvo’ significà». Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza.

(Intervista di Oriana Fallaci a Totò – Da «L’Europeo», 1963)

Sensi e significati

«Spesso credo di capire le cose e poi invece non le capisco?»

«Hai un problema di apprendimento?»

«Assolutamente no.»

«E allora come fai a non capire le cose?»

«Perché le interpreto prima di capirle, do alle cose un senso mio, le vesto di significato prima di capirne il significato.»

«Che operazione inutile è mai questa?»

«Più che un’operazione è un’abitudine.»

«Be’, un’inutile abitudine. Io, da par mio, cerco di non attribuire mai significato alle cose, cerco di lasciare che vivano per conto loro, in modo neutro, trasparente, e se proprio-proprio devono venire a cozzare con il mio intendimento, allora vi attribuisco solo il senso letterale, che come tu ben sai è cosa assai divergente dal significato… Il significato non lascia scelta, amico mio. Il senso, invece, è sempre aperto.»

«Te ne intendi bene tu di sensi e significati! E dimmi un po’, com’è che te ne intendi di sensi e significati?»

«Il lavoro che faccio mi aiuta.»

«E che lavoro fai?»

«Il becchino.»

«In quale cimitero?»

«In tutti i cimiteri.»

«Di ogni paese?»

«Dell’intero mondo.»

«Avrai un bel daffare.»

«Mai un giorno di vacanza per me.»

«E non ti sei mai ammalato?»

«No.»

«Mai assentato per un’urgenza?»

«No.»

«Mai appisolato?»

«No.»

«Sei un tipo tosto tu.»

«Nella media.»

«Io non potrei mai fare il tuo lavoro.»

«Lo so, infatti sono al tuo servizio, come vedi.»

«Già, quasi me ne scordavo… A proposito, quando verrà il momento, potresti adagiare la cassa con delicatezza? Odio gli scossoni.»

«Presterò la massima attenzione.»

«Grazie.»

«Dovere.»

«E dopo aver sistemato me cosa farai?»

«Mi fumerò una bella sigaretta prima di partire alla volta del prossimo cimitero.»

«Percorrerai una lunga distanza?»

«No, le distanze tra i cimiteri sono brevi. Sono le distanze tra i vivi che a volte sono incolmabili.»

 

 

 

Questo mondo è tutto un sogno

…Forse che non siamo tutti turbati dal mondo, dalle cose del mondo, a cui possiamo credere solo se le vediamo? Da una stagione all’altra della nostra vita, non ci tiriamo forse dietro la convinzione che una volta o l’altra ci potremmo svegliare, trovando tutto cambiato? Tu non l’hai mai avuta, questa sensazione, Nan? Non hai mai pensato che le cose sarebbero potute cambiare, che il mondo sarebbe potuto diventare un altro posto, del tutto nuovo, e che tutto quello che ci succedeva intorno altro non era che una trappola che ci privava di qualcos’altro? Noi ci rassegniamo, ma il desiderio di questo qualcos’altro rimane sempre lì a rosicchiarci il cuore!…

 

 

La tomba del tessitore