Solo l’oblio

Se la tua vocazione è scrivere, ti bastino una sedia e una scrivania, un taccuino e un’epifania. Se la tua vocazione è vivere, ti basti il sentiero con le sue epifanie, inafferrabili e mirabili come stormi d’uccelli. E quando sarai stanco, procurati un riparo caldo e silenzioso. La vita giungerà nel sogno senza bisogno di ricordarla. La differenza tra chi scrive e chi vive è questa: il primo elabora la storia, il secondo la riconosce. Il primo usa il segno, il secondo lascia l’impronta e l’uno e l’altra si riproducono all’infinito, attraverso infinite combinazioni. Solo l’oblio restituisce dignità alla storia. A chi la scrive. A chi la vive.

 

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Imperfetti

Possiamo memorizzare molte cose, immagini, melodie, nozioni, argomentazioni o poesie, ma ci sono due cose che non possiamo memorizzare: il dolore e il piacere. Possiamo tutt’al più avere il ricordo di quelle sensazioni, ma non la sensazione del ricordo. Se ci fosse possibile rivivere il piacere che ci ha dato una donna o il dolore che ci ha provocato una malattia, la nostra vita diventerebbe impossibile. Nel primo caso si trasformerebbe in una ripetizione, nel secondo in una tortura. Dato che siamo imperfetti, la nostra memoria è imperfetta e ci restituisce soltanto quello che non può distruggerci.

Scritti apolidi – Julio Ramón Ribeyro

Il gesto

In giornate come questa, strazianti da più punti di vista, compio tanti piccoli gesti appaganti. Vado al mercato, preparo il brodo, rileggo la frase di un libro già letto, correggo le bozze di un racconto, respiro, mi concentro sulle cose a portata di mano e lascio che le immagini dolorose scorrano fuori dal finestrino. Faccio finta di stare su un treno, il treno va talmente veloce che nulla può turbarmi, solo la velocità con cui tutto appare e scompare. Il ricordo è paesaggio in movimento. Il presente è questo treno. E il futuro? Il futuro oggi non mi serve, lo lascio lì, che scorra anche lui fuori dal finestrino. Tanto ha la stessa valenza del ricordo, è irreale, impalpabile, distante.

A che mi serve oggi il futuro se non lo posso trasformare in gesto?

Quello che c’è, non quello che manca…

Dalle persone non si può pretendere più di una qualità. Se gliene troviamo una, dobbiamo già essere grati e giudicarle unicamente in virtù di questa e non per quelle che mancano. È inutile pretendere che una persona sia simpatica e anche generosa, o che sia intelligente e anche allegra, o che sia colta e anche curata, che sia bella e anche leale. Prendiamo quello che ci può dare. Che la sua qualità sia il tramite privilegiato mediante il quale entriamo in contatto e ci arricchiamo.

(Scritti apolidi – Julio Ramón Ribeyro)

Devèrtere

Chiariamolo subito non ho niente da dire, niente da aggiungere al già detto (ammesso sia già stato detto), niente che aumenti la mia come la vostra autostima, niente che combaci con la vostra esperienza personale, niente che valga la pena di citare, niente che tolga qualcosa al non detto (ammesso sia stato taciuto), niente che distolga l’attenzione dal quotidiano, niente che intrattenga, niente che faccia riflettere, niente che riveli una qualche verità, niente che attiri l’attenzione sul quotidiano, niente che sorprenda il lettore… non c’è niente in quello che dirò e soprattutto in quello che non dirò che potrà cambiare qualcosa nella mia come nella vostra vita. Ecco perché tutto quello che ho da dire rimane afono, perché quando lo declamo a voce alta mi sembra poco eloquente, poco attinente, poco attraente. Per rendere eloquente, attinente, attraente quello che ho da dire dovrei inventarmi nuovi vocaboli e nuove forme di assemblaggio… a che pro, se non ho niente da dire?

(Dal “Manuale degli incipit afoni” – Autori (A)Vari – Edizioni Mute – Numero copie limitate nel tempo)

La versione di Elvis…

…Entro al Salone del Libro di Torino e mi sento come un sarto, un onesto sarto di paese, con un manichino quasi sempre svestito, le idee migliori disegnate di notte quando non mi riesce di dormire. Voi direte cosa c’entra un sarto al Salone del Libro di Torino? C’entra, perché quando entro al Salone del Libro di Torino mi sembra di essere alla settimana della moda. Niente abiti e modelle sulle passatoie rosse s’intende, ma libri. Libri in ogni angolo, e luci e gente che parla di libri e parole dette e parole urlate dentro i microfoni e baristi che non comprendono le ordinazioni, scrittori navigati che marciano sornioni, a passo lento, che risparmiano la voce, qualcuno che li acclama, altri che accarezzano libri appena acquistati, libri impilati in attesa di un acquirente: libri, libri e ancora libri. Ecco, se penso che circa 4500 battute delle cose che ho scritto ultimamente sono finite in un libro che s’intitola Repertorio dei matti della città di Milano a cura di Paolo Nori e che questo piccolo libro è circondato da tutti i libri del Salone del Libro di Torino, ecco, penso che io resterò sempre un piccolo sarto che cuce camicie sghembe annichilito dai maestri del cucito, dalle alte firme della moda italiana, germanica e mondiale e da uno sparuto gruppo di geniali stilisti inarrivabili.

Elvis Crotti – scrittore

A Chiara

Le presentazioni dei libri sono un momento d’incontro tra lettore e autore. E il lettore è un essere ben strano. Sa di sapere un sacco di cose, sa di aver letto un sacco di libri e cerca sempre di dire la sua oppure di non dirla. E quando non dice la sua, ammicca. Gli ammiccamenti del lettore sono divertenti. L’altro giorno sono stata alla presentazione di un libro importante di un autore italiano importante. Ero seduta in ultima fila, accanto a una ragazza, ci siamo presentate, lei fa la libraia e a me è piaciuto molto il fatto di essermi seduta accanto a una giovane libraia. La giovane libraia aveva già comprato il libro importante dell’autore importante che avrebbe parlato di lì a poco di quel libro importante, importante perché è l’ultimo capitolo di una trilogia iniziata qualche decade fa, come scopro durante lo svolgersi della presentazione. Un libro importante di ben mille pagine, un libro che si pone come “sintesi” hegeliana (i primi due libri essendo “tesi” e “antitesi”) a detta di un lettore chiamato a dire la sua sull’autore importante, un libro “atomico”, in cui si ha una “visione orizzontale del tempo e dello spazio”, “un libro che non si consiglia, ma che si sceglie”, un “romanzo profetico” ricco di “elementi di precognizione”, la tappa finale di un “viaggio narrativo” di natura decisamente autobiografica. L’autore importante viene presentato dal proprietario della libreria e da un ragazzo giovane che sprigiona una tale logorroica sicumera che mi pone inevitabilmente nella condizione di utilizzare la parola sicumera per definirlo (cosa che credo non mi sia mai capitata prima d’ora). Fatto sta… inizia la presentazione e la giovane libraia inizia a smanettare con il suo smartphone, non solleva mai lo sguardo dallo smartphone, io mi guardo intorno e noto di tanto in tanto gli ammiccamenti laterali degli altri lettori, lettori di tutte le età, questa multiformità generazionale mi piace molto, così forse un po’ mi distraggo dalla presentazione del libro importante, anche perché sono circondata da libri, libri per l’infanzia, saggi, romanzi e guardare i libri mi distrae. La parola passa al logorroico/sicumero che inizia con il “fare una premessa”, una premessa enorme, piena di incisi e che, dopo molto molto tempo, si conclude con la domanda, rivolta all’autore importante, “non so se hai capito la domanda”. Io mi aspetto una risposta del tipo “in effetti no” e invece l’autore importante risponde. Parla di “romanzo fortemente emotivo”, “della capacità di abbandono come catalizzatore di potenza”, di “ripetitività” – l’autore importante rivendica per la letteratura la ripetitività tipica della “musica gregoriana” – il ragazzo logorroico ammicca, l’autore importante è un po’ il suo “papà letterario”, lo ha dichiarato all’inizio della premessa, una decade di minuti fa, l’autore importante parla di “torsione di senso” e di tante altre cose molto molto belle. Conclude con la frase: “Io alle cose che dico ci credo” e tutti noi lettori ammicchiamo. Intanto… qualche lettore lascia il posto, le sedie davanti a me si svuotano, io continuo a guardarmi intorno, la giovane libraia smanetta ancora con il suo smartphone, dacché è iniziata la presentazione i nostri sguardi non si sono più incrociati, non so che ore sono ma so che devo fare una pipì atroce, così penso di andare in bagno e di dileguarmi anch’io, svuotando la vescica e il posto, andandomene anzitempo rispetto alla fine della presentazione, tanto, mi dico, quello che dovevo sentire l’ho sentito e poi, soprattutto, l’autografo dell’autore importante sul mio libro (non l’ultimo della trilogia bensì il primo, la “tesi”, per intenderci) ce l’ho. Mi alzo, guadagno il bagno (eh, sì, me lo sono proprio guadagnato!) e dopo essermi svuotata, esco dalla libreria. Salgo sulla mia bici e mi dirigo verso Cadorna in tempo per prendere il treno delle 21.32. Sul treno tutta la stanchezza della giornata mi cade addosso. Apro lo zaino, prendo il libro e vado alla pagina autografata. C’è scritto: “Milano 2015 / A Chiara…” segue la firma dell’autore importante. Mi scappa una risata atomica, quasi hegeliana. Il vagone è vuoto, a parte me e la bici. Il cielo è ancora chiaro. Poche fermate e sono arrivata…