Due considerazioni

Questo disegno è di Shad

Questo disegno è di Alessandro

IMG_7141

Questo disegno è di Shahd

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho due considerazioni da fare.

La prima: darò spazio ai disegni di “Zero e Zerolandia” realizzati dai ragazzi della V F perché sono belli assai.

La seconda: riflettevo in questi giorni sulla parola “lezione” che ho usato in relazione a Fantastoriare. Ho scritto “prima lezione”, “seconda lezione”, “terza lezione”. Ma è sbagliato. Ho sbagliato. Non si tratta di lezioni (chi sono io per dare lezioni!) bensì di incontri. “Primo incontro”, “secondo incontro”, “terzo incontro”. Così mi suona meglio.

 

Annunci

Fantastoriare – terzo incontro

Fantastoriare

ovvero costruiamo una storia con la fantasia

Terzo incontro (26 marzo 2015)

Ore 9.15: i ragazzi della V F della scuola elementare Rinnovata Pizzigoni di Milano sono alle prese con il Pi greco. Appena entro in aula mi salutano entusiasti, l’ultima volta che ci siamo visti era il 22 gennaio.

Io saluto la maestra Elena e intanto sistemo le mie cose. I ragazzi devono prima terminare l’esercizio con il Pi greco ma scalpitano nei loro angusti banchi e di lì a poco, con il permesso di Elena, mi consegnano il regalo, ovvero il libro di Stefano Benni, “Stranalandia”, con tutte le loro firme. L’emozione dei ragazzi è contagiosa. Dentro il libro ci trovo anche un segnalibro disegnato da Kevin.

I ragazzi della V F

La dedica dei ragazzi: “A noi è piaciuto tantissimo speriamo ti sia d’ispirazione”

Come mi sento, a parte contenta? Mi sento lusingata. Lusingare significa fare piacere a qualcuno. Ecco, i ragazzi con questo gesto (il gesto del dono) mi hanno procurato tanto piacere.

Poi, alla spicciolata, ognuno torna al suo banco, al suo posto. Siedono un po’ composti, un po’ scomposti, è il loro modo di “essere al loro posto”; di tanto in tanto alzano la testa per vedere cosa faccio. Oggi ho portato con me “Lo stralisco” di Roberto Piumini e “Marcovaldo” di Italo Calvino, ma non sono preparata. Cioè, non ho preparato niente. L’idea è leggere qualche brano dai libri suddetti, commentarli, parlare, parlare, parlare…

Intanto Elena mi consegna i fumetti che i ragazzi hanno realizzato su “Zero e Zerolandia”. Sono miei, li posso tenere. Un altro regalo da parte di questi esseri curiosi e scomposti.

I disegni di Zero e il pianeta Zerolandia

I disegni di Zero e Zerolandia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo disegno è di Islam

Questo disegno è di Islam

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l’esercizio sul Pi greco termina tocca a me.

Chiedo loro: “cosa avete imparato da questo corso?”

Le risposte arrivano le une sulle altre.

“A giocare con le parole.”

“Che con le parole si può giocare.”

“A sbagliare con le parole.”

“Scrivere e leggere tanto è divertente.”

“Perché?” domando.

“Leggere è bello perché puoi immaginarti le cose nella tua testa. Puoi immaginarti come sarà… non è come nei film.”

“Leggere emoziona.”

“Come nasce una storia, secondo voi?”

“Una storia può nascere dalla realtà.”

“Da un disegno.” (Così è nata la storia di Zero e il pianeta Zerolandia).

“Dalla fantasia.”

I ragazzi, senza saperlo, stanno formulando un metodo ma i metodi, a mio parere, puzzano un po’ e quindi lascio che la loro voce copra tutte le voci del mondo, compreso il suono delle sirene della città.

Dico: “Facciamo un gioco. Cosa succederebbe se…”

In coro: “L’abbiamo già fatto!”

Elena mi dice di aver loro assegnato un tema con questa traccia qualche tempo fa.

Ribatto: “Cosa accadrebbe se foste il vostro compagno di banco?”

Un tripudio di “Nooooo”, “Che schifo”, “Ma proprio il compagno di banco o un altro della classe?”

Non ci sono regole, così dico di fare come preferiscono. Nella classe ci sono un paio di ragazzi “problematici” e qualcuno fa notare che non vorrebbe essere mai uno di questi.

“Perché?” – oggi sono capricciosa con tutti questi perché!

Non ci sono risposte e così scatta una nuova sfida.

“E se foste proprio lui?”

Come sempre, all’istintuale e rumoroso rifiuto iniziale fa seguito una riflessiva e tacita accettazione.

Eccoli dunque all’opera.

Chiedono i fogli alla maestra e iniziano a scrivere.

Intanto Elena mi porge i temi dei ragazzi, quelli del “Cosa accadrebbe se…”.

Mi colpisce il tema di Meg che s’immagina un orologio da casa e ne trascrivo qualche riga: «… Mi ero guardata allo specchio e mi ero ritrovata rotonda, piccola e con delle braccia e gambe piccolissime. Poi avevo capito che non era il letto che era diventato grande ma ero io che ero diventata piccola.» E ancora, più avanti: «… Quando sono diventata le 6:15 era molto difficile stare ferma…»

Mi viene in mente Kafka e il suo scarafaggio: «Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto.» (“La metamorfosi”)

Ma il tempo è poco e i ragazzi vogliono leggere i loro scritti.

La maggior parte di loro si immedesima in K., uno dei due ragazzi “problematici”. Gli altri seguono la traccia iniziale, quella del compagno di banco. Il risultato è sorprendente e spietato. I ragazzi usano termini quali…“se fossi lui mi suiciderei oppure mi brucerei”, immagini potenti ma che nella realtà dei fatti non sono poi così potenti. Si tratta di uno slang, di un linguaggio mutuato dai video giochi, come mi fa notare l’insegnante di sostegno di K.

Domando: “qualcuno di voi si è offeso?”

“Sì!”

“Come mai?”

“Perché io non sono disordinato!” (S.)

“Perché io non sono depresso!” (G.)

G. ha le braccia conserte, serrate quasi. Parla poco, è sempre un po’ triste. Gli dico: “Lo sai che il linguaggio del corpo dice più di mille parole?”, mi guarda stranito. Lo farei anche io. Io penserei, ma che vuole questa che viene qui ogni tanto? Mica è la maestra! Mica è mia madre!

“Le braccia chiuse significano chiusura. Le braccia aperte significano voliamo insieme… Ti va di volare?” E allargo le braccia.

Tutti mi imitano, allargano le braccia, aprono il petto al volo.

Tutti tranne G.

Interviene Elena; con voce dolce cerchiamo di far capire loro che non bisogna offendersi, bensì ascoltare quello che hanno da dire gli altri.

Ho imparato, ma molto tardi, che noi, per fortuna o purtroppo, siamo anche l’idea che si fanno gli altri di noi. E che, per fortuna o purtroppo, dobbiamo farci i conti.

“Ascoltare gli altri può aiutarci a migliorare”, dice qualcuno.

“Quello che pensano gli altri può esserci d’aiuto”, dicono in tanti.

Passiamo quindi alla lettura di alcuni brani di “Stranalandia”; i ragazzi mi dicono di averlo letto in II elementare. Leggiamo il “Leometra”, “Il topo cagone” (il topo cagone piace a tutti)… ma poi il tempo corre e non c’è più tempo per le letture che ho portato io. Non mi offendo, anzi. Fa bene ascoltare gli altri, ogni tanto.

Prima di andar via consiglio di leggere “Lo stralisco” di Roberto Piumini – un libro che mi ha commosso e che consiglio a tutti, grandi e piccini, belli e bruttini – e leggo ad alta voce questa poesia:

Una scuola grande come il mondo

 

C’è una scuola grande come il mondo.

Ci insegnano maestri, professori,

avvocati, muratori,

televisori, giornali,

cartelli stradali,

il sole, i temporali, le stelle.

 

Ci sono lezioni facili

e lezioni difficili,

brutte, belle e così così.

Ci si impara a parlare, a giocare,

a dormire, a svegliarsi,

a voler bene e perfino

ad arrabbiarsi.

 

Ci sono esami tutti i momenti,

ma non ci sono ripetenti:

nessuno può fermarsi a dieci anni,

a quindici, a venti,

e riposare un pochino.

 

Di imparare non si finisce mai,

e quel che non si sa

è sempre più importante

di quel che si sa già.

 

Questa scuola è il mondo intero

quanto è grosso:

apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

 

(Gianni Rodari)

 

Poscritto: ho usato la parola “problematico” in riferimento a quei due ragazzi della V F. “Problematico” nel senso di “non normale”. Normale, in verità, è una parola di cui mi sfugge il significato. Non so più cos’è normale da un bel po’ e a maggior ragione non posso sapere cos’è problematico. Ma una differenza tra quei due ragazzi e gli altri c’è ed è tangibile. Sono più lenti nell’apprendimento, sono più distratti, più rumorosi e quindi vanno seguiti in maniera diversa. Sarà la vita che li aiuterà a trovare la loro strada. Per ora, nella scuola, c’è la maestra Elena e tutti gli altri insegnanti che si prendono cura di loro. E poi ci sono i loro compagni di classe, quelli che dicono “piuttosto mi suiciderei, piuttosto mi brucerei…” ma che poi si abbracciano e si tengono per mano quando, in fila per due, scendono le scale per andare in mensa. Ecco, questo per me è normale.

 

 

Citazione

Scatole di mattoni

… Misura m 4,70 per 5. Pensavo a quante aule simili a questa ci sono ancora nel mondo per farci vivere i bambini nell’età che più di ogni altra ha bisogno di spazio, di verde, di sole e di moto. Scatole di mattoni. C’è una terribile somiglianza fra le celle di una vecchia prigione e le aule delle scuole: c’è la stessa ossessiva fissità delle strutture percettive (colori, forme, superfici), la stessa monotonia psicologica. Nella sosta di mezza mattina, quando le scolaresche scendono nel cortiletto privo di verde, sorvegliate dai maestri, hai l’impressione di essere tra detenuti che pigliano aria. Con una differenza: che mentre il prigioniero in cella è lasciato solo con i suoi pensieri e in un certo senso gode della «libertà» di pensare ai fatti suoi, nelle aule c’è un maestro che né i bambini né le famiglie hanno scelto, il quale si prende i ragazzi e li abitua a ripetere ciò che egli dice, premiando quelli che meglio si adeguano. Ai bambini comandano tutti e quindi lui si sente a posto: i genitori a casa, il prete in chiesa, il maestro a scuola; poi comanderà il dirigente al partito o al sindacato, il sergente al soldato e infine il padrone in fabbrica. Cresciuto uomo così, si rifarà comandando alla moglie e ai figli e allungherà la catena, che nessuno osa spezzare perché ognuno di noi tende a diventare secondino. Dirai che sono esagerato, ma non c’è nulla come le istituzioni che rivelino come è tenuto in considerazione l’uomo. Per me, chi ha inventato le scuole simili a prigioni non pensava certo alla libertà del suo prossimo.

 

Mario Lodi

Mario Lodi

Citazione

La vita di uno scrittore

La vita di uno scrittore è un vero inferno, confrontata a quella di un uomo d’affari. Lo scrittore deve forzarsi a lavorare, deve imporsi un proprio orario e, se non gli va di sedersi alla scrivania, nessuno lo rimprovera. Se è un romanziere, vive nel terrore: ogni nuovo giorno esige nuove idee, e non si è mai certi che arriveranno puntuali. Dopo due ore passate a scrivere, il romanziere si sente completamente svuotato. Durante quelle due ore s’è trovato mille miglia lontano, in un altro luogo, in compagnia di gente totalmente diversa, e lo sforzo che deve fare per tornare indietro a nuoto, nel presente, è assai grande. È quasi un trauma. Lo scrittore esce dal suo studio mezzo inebetito. Ha voglia di bere, ne ha proprio bisogno. Succede infatti che quasi tutti i romanzieri bevono più whisky del dovuto. Bevono per infondersi fiducia, speranza e coraggio. Bisogna essere pazzi, per fare gli scrittori. La loro sola compensazione è un’assoluta libertà. Il loro unico padrone è la loro anima…

 

(Roald Dahl – “Boy”)

Le ombre (di Roberto Piumini)

Tanto tempo fa, così tanto che nessuno se ne ricorda, le ombre erano un popolo misterioso, segreto e pacifico come i cervi e le gazzelle.

Se ne stavano nascoste durante il giorno e uscivano soltanto di notte, quando nessuno le poteva vedere. Era capitato, infatti, che un tempo qualcuna di loro si era fatta vedere dagli uomini, ma quelli si erano tanto spaventati che le ombre avevano deciso di non mostrarsi più.

Però erano tristi, perché non vedevano mai il sole.

Un giorno un’ombra coraggiosa e intelligente uscì di mattina presto, e s’avvicinò a un pastore che stava in piedi su un prato: però non si avvicinò da davanti, ma da dietro, in modo che lui non la vedesse arrivare. Quando fu vicina a lui, tanto da avere i piedi attaccati ai suoi, restò ferma, e aspettò.

Dopo poco il pastore si voltò e la vide, e siccome non aveva mai visto una cosa simile, e non ne aveva mai sentito parlare, non si spaventò. Allungò una mano per toccarla sul terreno e lei, pensando che quello fosse un saluto, distese la sua mano. Lui rise, e allungò l’altra mano, e l’ombra fece lo stesso, perché vedeva che lui era contento.

Il pastore cominciò allora a fare movimenti, salti e passi, e l’ombra li imitava perfettamente, perché bisogna sapere che le ombre hanno un’agilità cento volte maggiore di quella degli uomini.

Alla fine lui si convinse che quella cosa non soltanto non era pericolosa, ma che gli apparteneva e gli obbediva, e non ci badò più. Così, lei poté andare in giro tutto il giorno standogli vicina, e solo quando lui non la guardava si sporgeva un po’ a guardare il sole.

Quando venne la notte, l’ombra corse a raccontare al suo popolo quello che le era accaduto.

– Basta che ciascuna di noi scelga un uomo più o meno della sua grandezza e gli rimanga vicina, e faccia esattamente quello che lui fa: è facile, e funziona!

Le ombre, fidandosi della compagna, quando venne il mattino cercarono una persona adatta, dopo essersi avvicinate di nascosto, le si misero accanto, e cominciarono a imitare ogni movimento: e videro che davvero gli uomini, le donne, i bambini e le bambine non si spaventavano.

Fu così che le ombre uscirono dalla notte, e si affezionarono tanto agli uomini che decisero di restare presso ciascuno di noi fin dalle prime luci dell’alba.

Quando non le guardiamo, si sporgono un po’ a guardare il sole, ma è inutile cercare di sorprenderle, perché sono molto, molto più veloci di noi, e sanno quello che stiamo per fare prima ancora che lo facciamo.

 

di Roberto Piumini

di Roberto Piumini

Tu che nell’oggetto cerchi chi non c’è più…

Quando qualcuno non c’è più smetti di ricordarlo per riappropriartene con la memoria. La memoria è più duratura, ritiene le informazioni, il ricordo no. Di solito il ricordo ha bisogno di un oggetto per attivarsi (per oggetto intendendo una fotografia, una canzone, un maglione). L’oggetto è per sua natura destinato a smarrirsi, a deteriorarsi con l’uso, a impolverarsi nella dimenticanza. Vale poco, in fondo. La domanda più frequente è, dov’è finito l’oggetto? Rispondere è difficile. In discarica, in cantina, da qualche parte in mezzo ad altri oggetti. La domanda pertinente sarebbe, ne hai memoria? Sì, certo! La memoria è dentro di me. Una pelle invisibile sotto quella che vedi. Appena sotto. Se mi sfiori la vedrai anche tu…