Cartoline da Minorca 2

Faro di Favaritx (foto di Davide Tizzoni)

Prima di essere questo Faro, ero un uomo. Spesso venivo qui a contemplare il mare. La tramontana in certe giornate era talmente forte da non darmi pace. Eppure lo scenario che avevo di fronte mi bastava. Questo è uno dei terreni geologici più antichi dell’isola. Il mare gioca con la roccia e, quando è incazzato, s’impenna ed esplode. Sulla roccia nera si formano allora pozze d’acqua. Ma l’acqua dura poco e al suo posto resta un sedimento bianco. Il sale, e poi il suo odore. Il giorno che sono diventato Faro ricordo di essermi addormentato e di essermi svegliato letteralmente dentro il buio. Nessuno lo sa, ma il buio inizia dai promontori a sbranare il giorno. Avevo paura. Allora ho puntato i piedi, ho illuminato il cervello e ho iniziato a girare su me stesso. Ecco come sono diventato ciò che sono. Ora che non mi muovo più, riesco finalmente a vedere il movimento del mondo. Le onde sono i pensieri, nel vento migrano i sogni. La roccia – nera e a strati – è la vita. Non potete nemmeno immaginare quante storie passino di qui. Gli uccelli quando migrano, gli uomini e il loro contemplare, oggetti abbandonati, perduti, mozziconi di sigaretta, un fazzoletto. Di tanto in tanto s’incontra qualcuno che cerca di sistemare le cose, di fare pulizia. Ma non sempre ci riesce. Anzi, quasi mai. Potrei rattristarmene, certo, ma non lo faccio. Dacché sono un Faro, ho capito che bisogna essere indulgenti con le illusioni umane. Che ognuno fa ciò che può, con ciò che ha. Prima c’è la luce. Poi arriva il buio. Dopo il buio di nuovo la luce. Luce. Buio. Luce. Buio. Luce. Buio. Mare. Sale. Un gabbiano. Mozziconi di sigaretta. Luce. Buio…

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Nel tunnel del Natale

  • Dove cazzo siamo?
  • Non dire “cazzo”.
  • Ok, dove minkia siamo?
  • Non lo so, è tutto buio.
  • Lo senti anche tu un profumo come di zucchero filato?
  • Sì.
  • E di mele caramellate?
  • Sì.
  • Dove cazzo siamo?
  • Non dire “cazzo”.
  • Ok, dove minkia siamo?
  • Non lo so, è sempre più buio.
  • Siamo nel tunnel del Natale.
  • In che senso?
  • Ieri sera ho visto un film su Santa Clause.
  • Su chi?
  • Santa Clause.
  • E chi cazzo è?
  • Ah ah, non dire “cazzo”, ricordi?
  • Ok. E chi minkia è Santa Clause?
  • Ma è Babbo Natale, Babbo di Minkia.
  • E non potevi dire Babbo Natale?
  • Ho detto quello che mi andava di dire.
  • Babbo di Minkia a chi?
  • Non perdiamo il senso del discorso.
  • E qual è il senso?
  • Il senso è che non sappiamo dove siamo, è buio, c’è odore di Natale nell’aria e io dico che siamo nel tunnel del Natale.
  • Hai un accendino?
  • Ti sembra il momento di accendere una paglia?
  • Ma che paglia e paglia, voglio solo capire cosa mi cammina sul piede destro.
  • Che merda!
  • Cosa?
  • Qualunque cosa ti cammini sul piede deve essere come minimo un essere viscido e schifoso che alla luce fioca di un accendino non potrà che risultare ancora più mostruoso. Sento che dopo averti passato l’accendino e dopo che tu avrai preso coscienza di cosa ti striscia sul piede, saremo nei guai.
  • Perché?
  • Come perché, Babbo di Minkia. Perché all’improvviso capiremo dove siamo finiti. Tunnel o non tunnel, la faccenda è già storta di suo. Ti consiglio di non accendere un bel niente e di continuare nell’ignoranza.
  • Mi stai dando dell’ignorante?
  • Sì, ma guarda che non è la prima volta.
  • Ora basta, passami ’sto accendino.
  • Quale accendino?
  • Quello che hai nella tasca.
  • Ma io non ho tasche.
  • E come facciamo, allora?
  • A far che?
  • A capire cosa mi striscia sul piede.
  • Be’, lo scopriremo solo aspettando.
  • Dici che va bene così?
  • Ma certo… d’altronde è Natale.

(Pubblichiamo per la prima volta un testo inedito di Zia Tina. Tratto da “Storie semiserie sulla vita”)

santa

ArRabbiata

Scrivo arrabbiata. La Rabbia m’impone di raccontarvi una storia, piccola ma sentita. E la storia comincia così: “Non sei tu che vinci, è il caos che accondiscende”. Che mazzata! Ho letto su “Pubblico” di ieri la recensione di un libro, “Cicatrici”, dell’argentino Juan José Saer. Sentite che morbidezza nel nome. La pronuncia ha il sapore dei datteri. E comunque, leggo la citazione e rifletto sul passaggio successivo, un’altra mazzata emotiva. Sentite qua: “L’ossessione per le piccole cose nasce dai fastidi dell’esistenza per così com’è o per un fatto che cambia radicalmente le vite di qualcuno.” BANG. Mazzata. Ma come cazzo si fa a leggere una cosa del genere e a non sentirsi chiamati in causa. I piccoli fastidi, come dice il giornalista (Paolo Valentini), sono il mio mantra, un metronomo che accompagna il mio ritmo nel mondo. Mi penso in un modo e disprezzo la vita da morfinomane che conduco. Essere dentro e stare fuori. L’auto-emarginazione porta dislessia. La vita balbetta. Come la chiamate voi questa pratica? Eutanasia? Già. E mo’ dovrei pure ridere. Non dico a voi, lo dico a me. Quanto sono un fessa! Oggi ero felice e triste in maniera eccessiva, ero cioè, troppo felice e poi troppo triste. E non va bene sballare così. Doveva nevicare e c’era sole. Dovevo essere felice ed ero molto preoccupata. Non va bene sballare così. C’è tuttavia un altro sentimento che germoglia forte oggi. Ed è la gratitudine. Anche se sembra che questa non sia una storia, neppure piccola, lo è nei fatti. Oggi sono stata felice e poi molto triste. Notate come nascondo la felicità per far risaltare la tristezza? Cerco di mettere in risalto il mio lato patetico, vorrei che voi fin da subito parteggiaste per me, perché sono un esserino fragile buttato in una tempesta di merda. Eppure mi faccio un po’ pena, per questo mio vittimismo light. Non ho nemmeno il coraggio di praticare il vittimismo strong o addirittura estremo. Mi basta compatirmi il giusto, tra una gita all’Esselunga o a casa di un amico. La macchina diventa la navicella spaziale che mi conduce altrove. Lontano da qui per toccare il tutto. Il tutto che ora non mi è concesso, che sta da qualche parte irraggiungibile. Smanio e sto ferma. Credo sia la definizione cinetica di pazzia. Allora riprendo la citazione: “Non sei tu che vinci, è il caos che accondiscende”. La mazzata arriva tra capo e collo. SBANG. “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”, chi ha inventato questo titolo è un genio.

Buona serata

Siamo tutti neo-primitivi!

L’articolo di Marco Filoni apparso su Pubblico di ieri, 11 dicembre 2012, prende spunto dal libro Zozzo di Jonathan Brandani per fare un’analisi sui c.d. scrittori “neo-primitivi“. A me intriga. In più, ho appena terminato un workshop di due giorni tenuto dal bravissimo Paolo Nori. Qui ho scoperto che esiste la letteratura dei semicolti e, per quanto debba ancora approfondire come si deve la faccenda, mi sembra che ci sia una sorta di correlazione con i neo-primitivi. Ritorneremo sull’argomento, ma per ora beccatevi questo.

Cartoline da Minorca – Sole d’Inverno

Il sole tramonta. L'inverno è tra le nuvole

Il sole tramonta. L’inverno è tra le nuvole

Il mio amico Davide vive a Minorca da cinque anni ormai. Si è inventato gelataio e ha aperto una gelateria italiana a Es Castell, “El Cucurucho”. Lì ha conosciuto l’ebrezza di una nuova vita e anche la vita vera e propria. Che sembrano la stessa cosa, ma non così tanto. Insomma un giorno gli ho chiesto di mandarmi qualche foto delle sue, che lui è sì un bravo gelataio ma anche un bravo fotografo. E così eccovi la prima Cartolina da Minorca. Minorca è un’isola femmina, come dice la mia amica Carol. Carol è catalana e vive a Minorca. Un giorno ha conosciuto un gelataio italiano di nome Davide e da quel momento nessuna vita è stata più la stessa. Ecco perché è giusto ospitare in questo spazio virtuale, in questo blog artigianale, la nostra povera arte . L’arte di chi, giorno dopo giorno, vive e lotta in egual misura, che non si capisce se vivere è una lotta costante o solo momentanea. A ogni modo, Davide mi ha promesso di inviarmi altre immagini. Io spero di raccontarvi belle storie.

Le migliori scuse per essere omofobi

Un breve estratto dall’articolo apparso su “Orwell”di sabato 1 dicembre 2012, firmato da Tommaso Giartosio

“La realtà è che gli omofobi non esistono. Non esistono come banda, ‘ndrina, setta thug. La stragrande maggioranza delle persone (molti gay inclusi) compie quotidianamente gesti omofobici. In gran parte non vengono percepiti come tali, perché sono atti di discreta omissione; la scelta di un coinquilino, di un affittuario, di un sedile sull’autobus; non dare attuazione alla circolare 7974 sul contrasto dell’omofobia a scuola; non menzionare mai nei testi scolastici di storia o di diritto l’emancipazione gay (ma quella femminile o etnica – giustamente – sì); conformarsi al bon-ton specioso che considera gay-friendly passare sotto silenzio l’omosessualità. È semplice:nell’Italia di oggi ogni ambiente sociale, scolastico, famigliare che non sia attivamente, esplicitamente antiomofobico è omofobico“.