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Il desiderio di venire assolti

Trascuravo un fatto! Cioè che alla radice di ogni introspezione v’è il gusto di contemplarsi e al fondo di ogni confessione il desiderio di venire assolti.

(“Età d’uomo” – Michel Leiris)

 

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Quel che è necessario può essere anche giusto

… forse ho usato con leggerezza la parola «giustizia», questo è un concetto molto difficile, sempre soggettivo contrariamente a ciò che si vuole e si pretende, e senza dubbio non prevale mai, almeno in questo mondo, perché questo succedesse il condannato dalla giustizia dovrebbe essere assolutamente d’accordo con quella condanna, e succede di rado, soltanto in casi estremi di contrizione e di pentimento non troppo credibili. Addirittura arriverei ad affermare che quando succede è perché il condannato è stato fatto abdicare alla sua propria idea di giustizia, è stato convinto con minacce e con argomenti, tanto vale, e gli si è fatto adottare il punto di vista dell’altro, del suo contendente, del favorito dal fallo, oppure quello comune, quello della società del suo tempo, e, siamo sinceri, quello della società non è mai proprio lo stesso di nessuno, è soltanto del tempo: il punto di vista comune a tutti, o alla maggioranza, non è mai il proprio se non nella misura in cui ciascuno desidera non rimanere ai margini dell’insieme, e transige. Diciamo che è una semplice concessione della soggettività, un rattoppo. Nessun condannato esclamerà con soddisfazione e sollievo: «È prevalsa la giustizia». Questo significa sempre: «La giustizia ha coinciso con me e con la mia idea previa». Il condannato dirà al massimo: «Rispetto la sentenza», o «Accetto il verdetto». Ma non è la stessa cosa accettare o rispettare ed essere completamente d’accordo, è di più, se qualcosa come la giustizia obiettiva esistesse davvero, allora non ci sarebbe bisogno di processi e gli stessi condannati esigerebbero la condanna, in realtà non vi sarebbero delitti. Non verrebbero commessi, o meglio, non esisterebbe il concetto di delitto, nulla lo sarebbe, perché nessuno fa nulla convinto della sua ingiustizia, almeno non nel momento di farlo, la nostra idea di giustizia muta a seconda delle nostre necessità, e consideriamo sempre che quel che è necessario può essere anche giusto.

(Javier Marías – “Domani nella battaglia pensa a me”)

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… e cada la tua spada senza filo

Questo è ciò che fa il panico ed è ciò che di solito porta alla perdizione quanti lo subiscono: fa credere loro che, immersi nel male o nel pericolo, siano tuttavia in salvo. Il soldato che resta in trincea quasi senza respirare e immobile pur sapendo che tra poco sarà presa d’assalto; il passante che non vuole mettersi a correre quando si accorge che dei passi lo seguono nella notte a tarda ora in una strada buia e isolata; la puttana che non chiede aiuto dopo essere salita su una macchina le cui sicure si chiudono automaticamente e dopo essersi resa conto che non sarebbe mai dovuta andare con quell’individuo dalle mani così grandi (forse non chiede aiuto perché non si considera del tutto in diritto di farlo); lo straniero che vede abbattersi sulla propria testa l’albero che è stato colpito dal fulmine e non si scosta, ma lo guarda cadere lentamente sul grande viale; l’uomo che vede un altro uomo procedere in direzione del suo tavolino con un coltello in mano e non si muove né si difende, perché crede che tutto ciò non gli stia capitando davvero e che quel coltello non si conficcherà nel suo ventre, il coltello non può avere la sua pelle e le sue viscere come destinazione; o il pilota che vede il caccia nemico riuscire a collocarsi dietro di sé e non fa l’ultimo tentativo per uscire dal suo mirino con una acrobazia, nella certezza che se anche avesse tutti i vantaggi, l’altro mancherebbe il bersaglio perché stavolta è “lui” il bersaglio«Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo.»

(Javier Marías – “Domani nella battaglia pensa a me”)

 

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Compiere una funzione

C’è una cosa che ammiro: il suo appagarsi di vivere; c’è una cosa che mi colpisce e mi rende sospettoso: il suo appagarsi di rinchiudere la sua vita su di me, di fermarsi a me. Come può un essere fermarne un altro, per sempre? Essere un fine per Jeanne mi disgusta di me stesso non meno che di lei. Ma so bene che in fondo non si tratta né di me né di lei. Il particolare del mio io e del suo conta poco nel travaglio del suo istinto; per lei si tratta di compiere una funzione. Ciò che tenta di fare con me è un focolare.

(Pierre Drieu La Rochelle – Diario di un delicato)

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Racchiuso tra due parentesi

Corsi al suo capezzale e lo trovai con gli occhi aperti. «Cosa c’è papà?» domandai. «Cosa vuoi?» Gli occhi erano vitrei, ma al suono della mia voce girarono lentissimamente, percorrendo una grande distanza, finché li ebbi puntati addosso. Ho detto puntati addosso, ma in realtà si fissarono su un punto immediatamente di fronte a me e uno subito dietro di me, così che mi trovai come racchiuso tra due parentesi, nella terra di nessuno del suo sguardo.

(“La morte asciutta” – Anatole Broyard)

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Scrivere incomincia nel corpo

Per fare quello che fai hai bisogno di camminare. È camminare che ti porta le parole, che ti permette di sentire il ritmo delle parole mentre le scrivi nella tua mente. Un piede avanti, poi l’altro piede, il doppio battito di tamburo del tuo cuore. Due occhi, due orecchie, due braccia, due gambe, due piedi. Questo, e poi quello. Quello, e poi questo. Scrivere incomincia nel corpo, è la musica del corpo, e anche se le parole hanno significato, possono a volte avere significato, è nella musica delle parole che i significati hanno inizio.

(Paul Auster – “Diario d’inverno”)

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La saggezza del corpo

Questa è stata la storia della tua vita. Ogni volta che arrivi a un bivio il tuo corpo cede, perché il tuo corpo ha sempre saputo quello che la tua mente non sa, e benché scelga di cedere, sia per mononucleosi o per gastrite o per attacchi di panico, il tuo corpo ha sempre sostenuto in gran parte il peso delle tue paure e delle tue battaglie interiori, incassando i colpi a cui la tua mente non vuole o non può reggere.

(Paul Auster – “Diario d’inverno”)