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Soltanto le bambine stanno in piedi

Dubourg si tormentava per lo stato di Alain e tentava continuamente di porvi rimedio. Alain, nei momenti di speranza, era commosso dall’insistente attenzione dell’amico e avrebbe voluto, nell’occuparsi di se stesso, prenderla ad esempio. Aveva promesso a Dubourg di andare ad abitare da lui in rue Guénégaud, come un detenuto che esca di prigione e voglia farsi una pelle nuova e sviare i propri istinti. Ma Dubourg temeva i pregiudizi dell’amico contro di lui e, invece di attaccarlo frontalmente, si perdeva in precauzioni per non allarmarlo.
« Dormirai qui » insinuò.
La camera era accogliente. Sopra i tetti della Zecca, riceveva molta luce. Piuttosto stretta e molto alta, era tutta dipinta di un bianco crudo. Il tappeto era color crema. Lì sopra spiccavano le legature dei libri, qualche stoffa rustica, dei fiori. Ma tutto era impregnato dell’enigma dolciastro della vita di Dubourg.
« Hai paura di andartene di là? » continuò Dubourg, che vedeva il broncio di Alain.
« Sì ».
Entrò la moglie di Dubourg e interruppe quei timidi approcci. Era una donna alta, magra, dai movimenti languidi, nuda sotto il vestito. Bei capelli, begli occhi, brutti denti. Era accompagnata dalle figlie – la seconda simile alla prima – e da un gatto. Il piccolo gruppo non faceva il minimo rumore. Si diceva infatti che Dubourg avesse sposato questa Fanny per la sua straordinaria attitudine al silenzio e alla posizione orizzontale. “Quando siamo soli, non si sente un rumore in casa. Lei se ne sta in camera sua distesa sul suo divano, io sul mio. Soltanto le bambine stanno in piedi”. C’era da dubitarne, a vederle così indolenti anche loro.

(Pierre Drieu La Rochelle – “Fuoco fatuo”)

 

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La perfezione non è cosa umana

La perfezione non è cosa umana; e il più delle volte essa appartiene piuttosto alla menzogna che alla verità; sia che questa menzogna si annidi nei rapporti tra noi e gli altri, sia che presieda a quelli tra noi e noi stessi. E questo perché ad evitare le irregolarità, i difetti, le ruvidezze della verità è più atta la finzione la quale vola al suo scopo senza intoppi né pentimenti che non un modo di azione scrupoloso e aderente alla materia sulla quale si esercita.

(Alberto Moravia – “L’amore coniugale”)

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I varani

(I varani della “Casa dell’inquietudine” di Maria Lai a Ulassai- Foto e testo di Elvis Crotti)

Elvis Crotti scrive, tra le altre cose, diari di viaggio che, usando le sue parole, sono “composti da piccoli appunti scritti a fine giornata. Poche parole in metrica libera in sintonia o in contrapposizione con un’immagine. A volte l’immagine sollecita lo scritto, a volte l’immagine fa da corredo alle parole. È un esercizio che svolgo da anni, pochi minuti di raccoglimento prima di prendere sonno“.
Elvis Crotti ha pubblicato nel 2012 “Juke-box per uomini soli”, ExCogita editore.

 

 

 

 

 

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Vastità

Vastità minorchina

Vastità minorchina – Foto di Davide Tizzoni

Nel tempo mi sembra di aver compreso che amarsi è anche onorare la solitudine dell’altro. Ecco, forse noi (donne) sappiamo farlo meglio. Non chiuderti (…); mantieni, proteggi e valorizza il contatto con i tuoi desideri, sempre. Non arroccarti, non diventarne orgogliosa come di una corazza, abbi cura di ogni fase, il tuo interlocutore è in ascolto, non sempre è facile ritenere l’altro degno di accogliere dolori tanto intimi da scuotere la vita stessa. Non è presunzione, è vastità.

(Estratto da una chat con E., stamane. Con gratitudine…)

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Il nuovo anno

Non chiederò al nuovo anno grandi cose.
Ha appena 5 giorni.
Non chiederò al nuovo anno cambiamenti improvvisi.
Mi basterà guardarlo espandersi un giorno con l’altro, in piccoli gesti che non sono ancora azioni ma lo saranno presto.
Chiederò invece a me stessa di aver pazienza.
Non darò peso ai lamenti del “non cambia mai nulla”, ai mestatori domestici, ai falsi autentici.
All’ottimismo sostituirò la consapevolezza, alla paura l’incanto dell’inatteso, alla vergogna la bellezza della sincerità.
Non ci sarà una lista dei buoni propositi.
Non ci saranno “grandi progetti”, ma il presente vivido da vivificare nel presente.
E se nulla cambierà, sarà comunque un cambiamento.
Prendere atto dell’evidenza.
Nutrire speranza nel futuro.
Non potrei domandare di più a questa creatura di appena 5 giorni, che mi accompagnerà per altri 360, senza stancarsi della mia presenza e senza giudicare le mie mancanze.
Dovremmo essere grati di esserci, in questo nuovo anno.
Di averlo visto scoccare nella mezzanotte di una notte piena di botti e di champagne.
In una notte piena di stelle.
Non me lo voglio scordare il momento della nascita.
Non me lo voglio proprio scordare…

(Articolo pubblicato la prima volta su questo blog il 5 gennaio 2016)

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Un’affollata solitudine

Lavammare“, creazione grafica di Marilù Iaquaniello

… osservo, e gli estranei mi appaiono per quello che sono, che siamo, un gruppo di sopravvissuti ciascuno alla propria battaglia. Vedo una schiera di uomini e donne e bambini monchi di famigliari, amici, amanti; vedo folle di persone che hanno attraversato la morte e ne sono uscite ammaccate, disturbate, mai uguali. Veniamo tutti da un funerale (…); tutti abbiamo perso qualcuno e sappiamo quanto lunghissimo e ingiusto sia il tempo davanti a noi, il tempo senza quella persona. Il tempo che cominceremo a contare anno dopo anno, a partire dalla perdita. Delle vite degli altri non so molto, ma se aprissi uno spiraglio la mia solitudine diventerebbe affollata.

(“Addio fantasmi” – Nadia Terranova)

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Sentirsi in pace

Di seguito, alcuni atti di forza con cui ho trattenuto il nome di mio padre. La notte aspettavo che l’orologio segnasse il nostro tempo, sei uno sei, per ritrovare il suo odore di tabacco e borotalco. La mattina percorrevo le strade della città con il collo teso, gli occhi bassi dentro gli interstizi delle mattonelle, piccoli quadrati bianchi stretti l’uno sull’altro a formarne di nuovi, una prateria di quadrati luminosi ingrigiti dalle scarpe dei passanti; alzavo lo sguardo e mi concentravo sulle persone, ne registravo lineamenti e rughe, profondità e allegrezze del passo, la fretta con cui salivano e scendevano dalle auto, spiavo la nevrosi di salutarsi, spingersi, ignorarsi di proposito, stanavo sentimenti asfissiati dall’abitudine o repressi dalle convenzioni. Conoscevo ogni centimetro, ogni persona senza riconoscere nessuno, perché riconoscere è sentirsi in pace, incastrarsi nella città come un elettrodomestico in una cucina, mentre io non ero in pace mai e in mezzo a quell’esercito di visi vedevo solo la mancanza di uno.

(“Addio fantasmi” – Nadia Terranova)