Ode 719

In autostrada, dopo il concerto dei Guns N’ Roses 

Bella l’energia dei Guns ma io preferisco ancora gli AC/DC.
I token mi stanno sul culo. E poi cos’è ‘sto monopolio dell’Heineken!
Imola è sempre Imola.
Secondo me è inutile arrivare troppo presto. Direi che essere lì per le sei/seiemezzo va bene.
Oh, ma Slash che suona la canzone del Padrino*?
E il tipo con la maglietta “The king of the kings”?
Sì, ma la birra Heineken è immorale…
E lo zainetto “Nikikinki”?
Oh, ma Black Hole Sun?
E i fuochi d’artificio?
Grande spettacolo, ragazzi, grande!
Sì, ma io preferisco ancora gli AC/DC.
E io che pensavo che Axl non ci stesse dentro!
Grande energia!
Oh, ma Duff… che figo è!
Secondo me di tutti è quello che ancora si droga.
E gli anelli di Axl, come faceva a suonare con quegli anellazzi lì?
Che spettacolo, cazzo.
Grande energia…
Mentre uscivamo, tutti accalcati, ho pensato e se scoppia una bomba?
No, io no, ero talmente stanca…
Cazzo, che concerto.
Grande energia!

 

(*Speak Softly Love di Nino Rota)

A conti fatti

 

Altro gettone, altro giro

Foto di Beatrice Villari

A conti fatti qualche debito ce l’ho.
Verso la vita, per non averle dato sempre credito.
Verso le persone, spesso sottovalutate.
Verso certi tramonti, cui ho dato le spalle per stanchezza.
E infine verso la speranza, trattata come merce scadente.
Per alcuni di essi non c’è più remissione, lo so. A conti fatti mi toccherà il prezzo intero.
Tutt’al più ambire a un altro giro di giostra.

E se sarò agile abbastanza…

Barbiana non è nemmeno un villaggio, è una chiesa e le case sono sparse tra i boschi e i campi…

PERCHÈ VENIAMO A SCUOLA ORA

A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c’è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. Con le molte ore e i molti giorni di scuola che facciamo, gli esami ci restano piuttosto facili, per cui possiamo permetterci di passare quasi tutto l’anno senza pensarci. Però non li trascuriamo del tutto perché vogliamo contentare i nostri genitori con quel pezzo di carta che stimano tanto, altrimenti non ci manderebbero più a scuola.
Comunque ci avanza una tale abbondanza di ore che possiamo utilizzarle per approfondire le materie del programma o per studiarne di nuove più appassionanti.
Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé.
Ma ci restava da fare ancora una scoperta: anche amare il sapere può essere egoismo.
Il priore ci propone un ideale più alto: cercare il sapere solo per usarlo al servizio del prossimo, per es. dedicarci da grandi all’insegnamento, alla politica, al sindacato, all’apostolato o simili.
Per questo qui si rammentano spesso e ci si schiera sempre dalla parte dei più deboli: africani, asiatici, meridionali italiani, operai, contadini, montanari. Ma il priore dice che non potremo far nulla per il prossimo, in nessun campo, finché non sapremo comunicare. Perciò qui le lingue sono, come numero di ore, la materia principale. Prima l’italiano perché sennò non si riesce a imparar nemmeno le lingue straniere.
Poi più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi.
Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre.

TRA IL DIRE E IL FARE C’È DI MEZZO IL MARE

A tutti noi piacerebbe vivere oggi e per tutta la vita all’altezza di questi ideali. Però, sotto la pressione dei genitori, del mondo borghese e di un po’ di egoismo nostro, siamo continuamente tentati a ricascare nella cura di noi stessi.
Nostra debolezza
(…)
Alcuni di noi ogni tanto son capaci di trascurare una discussione per mettersi a contemplare un motorino come ragazzi di città. E se oltre al motorino avessimo a disposizione anche cose più stupide (come il televisore o un pallone) non possiamo garantirvi che qualcuno non avrebbe la debolezza di perderci qualche mezz’ora.

A nostra difesa però c’è che ognuno di noi è libero di lasciare la scuola in qualsiasi momento, andare a lavorare e spendere, come usa nel mondo.
Se non lo facciamo non crediate che sia per pressione dei genitori. Tutt’altro! Specialmente quelli che abbiamo già preso la licenza siamo continuamente in contrasto con la famiglia che ci spingerebbe al lavoro e a far carriera. Se diciamo in casa che vogliamo dedicare la nostra vita al servizio del prossimo, arricciano il naso, anche se magari dicono di essere comunisti. La colpa non è loro, ma del mondo borghese in cui sono immersi anche i poveri. Quel mondo preme su di loro come loro premono su di noi. Ma noi siamo difesi da questa scuola che abbiamo avuto, mentre loro poveretti non hanno avuto né questa né altra scuola.

(Estratto dalla lettera degli alunni di Don Milani agli alunni di Mario Lodi – Barbiana, 2 novembre 1963)

Il nome

 

Nasci e qualcuno va in anagrafe per registrarlo. Muori e qualcuno va in anagrafe per cancellarlo.
Il nome, che è l’unica cosa che ci appartiene, non dipende da noi.

Strano fenomeno quello del nome.

Cose che capitano

Incredulità

Di fronte al binario 6 della Stazione Centrale di Napoli c’è l’ufficio di Polizia Ferroviaria. Entro in preda all’agitazione. Trovo un maresciallo a fine turno: “Buongiorno, mi hanno rubato la borsa! Mi hanno rubato la borsa!” Il maresciallo impermeabile come una foglia; “Sono cose che capitano, signora, e che si credeva, siamo a Napoli, lei deve stare tranquilla, qui la gente entra solo per lamentarsi, sono trent’anni che assorbo i vostri guai, e ai miei guai chi ci pensa, io devo andare in pensione, sono cose che capitano, che vuole che le dica, signora, lei si deve calmare. Ecco, chiami il numero per bloccare il bancomat, io intanto mi fumo una sigaretta.”

Confusione

Davanti a me ora c’è un carabiniere in divisa. Ho appena terminato la telefonata per bloccare il bancomat. Gli domando: “Scusi, mi hanno rubato la borsa, cosa devo fare?”
“E che glielo devo dire io? Io sono qui di passaggio, non posso prendere deposizioni. Deve aspettare il sovrintendente…”
“Sì, ma io non ho soldi, non so come chiamare la mia famiglia, non ricordo nemmeno un numero di telefono…”
“E se non si ricorda i numeri di telefono è colpa mia?”
“Che è successo alla signora?”
“Mi hanno rubato la borsa”, dico.
In piedi sulla mia destra un poliziotto, è lui che parla, è appena entrato, giusto per prendere un foglio da un contenitore.
“Mo’ può stare senza pensieri!”
L’uomo se ne esce così come è entrato. Fuori c’è la stazione di Napoli, il binario 6.

Deposizione

Arriva il sovrintendente. Mi presento. Entrano un sacco di persone. La porta si apre e si chiude in continuazione. Sono frastornata e l’unica cosa che mi preme è: “Cosa devo fare?”
“L’ha bloccata la carta?”
“Sì, il bancomat. Ho anche bloccato la SIM.”
“E allora ha fatto tutto, brava.”
“Sì, ma ora che devo fare”
“Ora scriviamo la deposizione.”
Alla scrivania accanto a me c’è un ragazzo che ha smarrito la sua pochette, “e dove l’hai persa ‘sta pochette“, “non lo so”, questo ragazzo è in qualche modo legato al sovrintendente, conosce uno che conosce uno che conosce il sovrintendente, il sovrintendente scrive la mia deposizione e parla con il ragazzo, mi porge un foglio da firmare, c’è una sola penna in tutto l’ufficio, il sovrintendente è in borghese, indossa una camicia bianca sotto un gilet marroncino, chiedo la penna al ragazzo della pochette, il sovrintendente mi domanda a bruciapelo il codice imei, “cosa?”, “non sa cos’è il codice imei?”, “email?”, “no email, imei”, “mai sentito”, mi sembra che il sovrintendente qui presente mi stia prendendo per il culo, gli dico “lei mi prende in giro”, sorride e mi dice che gli sono simpatica perché mi chiamo come sua figlia, “il codice emai è il codice del telefonino, quello che si trova sulla scatola del telefonino”, “la scatola è a Milano”, “allora proseguiamo, nome, cognome, indirizzo”, mi sembra di stare in una commedia di Totò, “nata a Napoli il settequattrosettantadue… ivi…”, si ferma e mi guarda, “ivi… in che senso?”, “…ivi… lei è scrittrice e non lo sa?”, non capisco se lo fa per aiutarmi o per mortificarmi, intanto il ragazzo ha finito di compilare il modulo, si alza, stringe la mano al sovrintendente, entra il maresciallo che aveva finito il turno e dice che il suo treno è stato soppresso per un incidente sulla linea, qualcuno si è buttato sotto le rotaie, proseguiamo nella compilazione della denuncia, c’è un casino qua dentro, gente che entra e gente che esce, il maresciallo che non può tornare a casa perché qualcuno si è buttato sotto le rotaie mi dice “lo vede, ogni giorno c’è un guaio”, entra un signore francese al quale hanno rubato lo zaino con il passaporto e la macchina fotografica, siede al posto del ragazzo della pochette, il sovrintendente dà pure a lui il foglio da compilare, “dov’è la penna?”, cerchiamo la penna, intanto mi ricordo di avere il computer, recupero il numero di mio fratello, lo chiamo dal telefono dell’ufficio, “in data odierna verso le ore 13.15 mi trovavo all’interno di questa Stazione ferroviaria, entravo nel bar denominato “TENTAZIONI”, mi sedevo al, entrando a sinistra per consumare un…”, “pasto”, gli suggerisco, “poggiavo la borsa sulla sedia che…”, “occupavo”, gli suggerisco, “brava, si vede che è scrittrice”, “dopo alcuni minuti mi accorgevo che ignoti avevano rubato la borsa. –//” In calce la firma della denunciante, quella dell’Ufficiale di P.G. Sovrintendente Capo PolStato e il timbro. Mi dà cinque copie della denuncia, queste copie mi serviranno per la carta d’identità, il duplicato della patente, del codice fiscale… Mi metto a piangere, nella borsa che mi hanno rubato c’era anche il mio diario, il sovrintendente mi sorride e mi dice se è il caso di mettere pure il diario nella deposizione, dice “se è così importante lo mettiamo”, mi sembra che in qualche modo voglia venirmi incontro anche se mi sento presa per il culo… la borsa, i soldi, il diario, il portafogli con le immaginette di Fabrizio e Renato, il portamonete in cuoio di Fabrizio, le conchiglie di Minorca che mi ha dato Carol, “ma questi mica sono i problemi, signora mia”.

Ritorno a Itaca

Esco dall’ufficio della polizia con la sensazione di aver recato disturbo al lavoro di questi stanchi funzionari di Stato, non ho assolutamente idea di che ore siano, ho il mio zaino sulle spalle e ho paura che da un momento all’altro me lo sfilino, ho la pastiera che dovevo portare alla grigliata, una bottiglia d’acqua e nient’altro, cammino nella città infernale, dove, gettata da qualche parte, c’è la mia borsa gialla a fiori, regalo di Roberto, con dentro il diario, il portafogli con le immaginette di Fabrizio e Renato, il portamonete in cuoio di Fabrizio, le conchiglie di Minorca che mi ha dato Carol, “queste cose capitano tutti i giorni”, bisogna sempre stare allerta in questo mondo di ladri, prendo il primo pullman che passa, tanto il controllore non sale, arrivo al molo Beverello, alla biglietteria mi dicono di chiedere al comandante dell’aliscafo se posso salire a bordo, il comandante dell’aliscafo mi dice che senza titolo di viaggio non si sale a bordo, che lui non si assume la responsabilità, che non sono coperta da assicurazione, “che me ne faccio della sua denuncia, chiami qualcuno…”, “e come faccio se non ho il telefono?”, “non è un mio problema, io ho famiglia e figli non posso permettermi di perdere il posto per colpa sua”, il porto è pieno di turisti, il comandante mi parla dall’alto della sua competenza, affacciato dalla cabina di guida dell’aliscafo, parla a me ma con gli occhi raccoglie i consensi del pubblico pagante, io, in piedi sul molo, mi sento piccolissima, m’incammino verso l’ufficio della polizia marittima, dico al primo ragazzo in divisa che incontro che mi hanno rubato la borsa, “dove?”, “alla stazione”, “ma lei stava dormendo quando gliel’hanno rubata?”, sono sfinita, intercetto due carabinieri, mi avvicino, uno dei due, gentilmente, mi presta il telefono, chiamo mio fratello, dopo diversi disperati tentativi finalmente alle 17.20 salgo sull’aliscafo per Forio, lo stesso che ho preso stamattina, erano le 11.20 e io partivo trionfante verso Napoli, con una pastiera in mano. Il carabiniere gentile che ha assistito alla scena del comandante mi dice che lui avrebbe anche potuto intervenire, impuntarsi contro il comandante, bloccare l’imbarco, ecc ecc… “ma signora mia, chi me lo faceva fare, che poi la compagnia marittima mi denunziava per danni all’immagine, sa com’è… che le devo dire… è tutto uno schifo, ma sono cose che capitano.”