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Gialla è la tua voce

corrusco-giallo-casa-bruciata

Nella stanza adusta
di ripensamenti
questa debole vita che si lagna* –
gialla è la tua voce.

T.R.

(*Verso tratto da Mediterraneo di Eugenio Montale in “Ossi di seppia 1920-1927” – Oscar Mondadori)

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Le inutili macerie del tuo abisso

Essere vasto e diverso e insieme fisso

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: essere vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

(Eugenio Montale – “Ossi di seppia 1920-1927” – Classici Mondadori)

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Ah sdrìllera che sdràllero

La musica ci zùnfrega e ci sdrana

Vortègida e festuglia o dulcibana
e sdrìllera che sdràllero! Sul fizio
la musica ci zùnfrega e ci sdrana
con tròdige buriagico e rubizio.

Lo sai che gli occhi gneschi e turchidiosi
son come abissi vèlvoli e maligi?
Lo sai che nei bluàgnoli miriosi
tracàgero con lèfane deligi?

Ah sdrìllera che sdràllero, mumurra
parole lampigiane ed umbralìe,
t’ascolto lucifoso nell’azzurra
voragine d’un’alba di bugie

(Ballo, tratto da “Gnòsi delle Fànfole” di Fosco Maraini – edizione La nave di Teseo)

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L’oscuro lavoro del tempo

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Per tutti noi, […], c’è un tempo evidente, che è quello in cui prendiamo forma e veniamo consumati, seguendo una direzione irreversibile, come una pallina su un piano inclinato. Ma esiste anche un tempo meno percepibile e non misurabile in giorni o anni, nel quale non facciamo che spendere energie puramente negative, necessarie a respingere oscure minacce, a ricercare un instabile equilibrio tra forze contrarie, a fuggire da ciò che i nostri genitori hanno desiderato per noi. Non ce ne accorgiamo nemmeno, eppure, quando ci sentiamo stanchi, non dovremmo pensare solo a ciò che abbiamo fatto, ma all’oscuro lavoro di sottrazione e rinuncia che ci costa la nostra stessa consistenza, nella veglia e nel sonno.

(“Due vite” – Emanuele Trevi)

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Dopo il naufragio

Illustrazione di Marco Scalcione

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

(Giuseppe Ungaretti – Allegria di naufragi contenuta in “Vita d’un uomo – Tutte le poesie”, Oscar Moderni Mondadori)

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Resistere

Se guardiamo solo alle persone di nobile carattere diventiamo in brevissimo tempo sterili e vuoti, (…), dobbiamo al contrario frequentare sempre i cosiddetti senza carattere, per poter resistere, perché il nostro spirito non vada in rovina.

(Thomas Bernhard – “Estinzione”)

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Voce sola

Foto di Giulio Brega

Nel canto
voce sola
attorta al silenzio.

Silenzio,
passeggero
nell’ascosa quiete.

E innocente;
il passo smorzato,
il fiato bianco.

T.R.

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Preparare la valigia

Scrivere un racconto è come preparare la valigia per un viaggio. La trama è il viaggio. Tutto quello che porti con te nella valigia deve servirti, altrimenti farai fatica a trasportarla. Tutto quello che metti in un racconto deve essere utile alla trama, altrimenti farai fatica a leggerlo. Bisogna puntare alla giusta dose di elementi, così come al giusto peso della valigia. E lasciare sempre un po’ di spazio per l’imprevisto. Non si può mai sapere dove ti porterà la storia. E, soprattutto, dove ti porterà il viaggio.

T.R.

 

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Buon compleanno. È un gran giorno

Fuori di te non passa tempo. È sbalorditivo. Il tardo balletto sottostante è al rallentatore, i movimenti dilatati di mimi in gelatina azzurra. Volendo potresti davvero restare qui per sempre, con una vibrazione interna così veloce da fluttuare immobile nel tempo, come un’ape su qualcosa di dolce.

(David Foster Wallace – Per sempre lassù, contenuto in “Brevi interviste con uomini schifosi” – Einaudi Tascabili Stile Libero)

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Le mie rose le sue rose

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose

(Dino Campana – In un momento tratta da “Canti Orfici e altre poesie”, edizione Garzanti)

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La domanda perpetua

Foto scattata all’Ospedaletto sotto il Cimitero delle Cortine, Fabriano

La tua inviolabilità è incatenata;
il Tempo, tuttavia, vi ha cesellato
un occhio.
Mi avvicino.
Il silenzio rampica
nelle narici
con nidore di
terra affogata.
Si sgretola l’Eternità
nel buio dei segreti
// il tuo corpo abbandonato,
incatenato //
ove raggia
– afona –
la domanda perpetua:
«Cosa vai cercando?».

T.R.

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Tradimento

Tradiamo senza sosta noi stessi, quando preferiamo gli altri, quando per così dire li rendiamo migliori di quanto in definitiva non siano, ho pensato.

(Thomas Bernhard – “Estinzione”)

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Lacerti di versi

Non come Dante

L’occhio del poeta
vedendo oscenamente
bagnanti al sole
un bel giorno, durante l’eternità
[pensò]
non mi sono mai sdraiato
con la bellezza in vita mia
– non come Dante / not like Dante –
[Io, invece]
sempre rischiando assurdità e morte
– il poeta come funambolo / a little charleychaplin man –
atterrito dal suono della mia voce
quando sono uscito a cercare amore
– dove sta amore / where lies love –
i pavoni incedevano
sotto gli alberi notturni.

(Lacerti di versi è il tentativo di produrre una poesia originale da versi scelti, in questo caso dal libro di Lawrence Ferlinghetti “Coney Island of the Mind”. Per chi fosse interessato, i versi sono stati desunti dalle poesie numero 3/4/5/10/13/15/18/27/28. Le parole nelle parentesi quadre sono mie)

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La sera e il ricordo

“Senza corde #14” – Foto di Daniela Mezzanotte

(I ricordi, anche se dimenticati
esistono.
Invecchiano.
Come le fotografie dentro alle cornici).

L’oggi;
sono questi giorni
in cui l’imperativo è “stare a casa”.
E oggi, sparite dal cielo anche le nuvole,
sono rimasti i tetti.

L’ombra, camminando sulle tegole
sposta le lancette;
risparmia per poco quel poco di campanile
e prima di raggiungerlo, poco a poco;
È la sera!

(Eccolo il ricordo sulla mensola dell’infanzia
di quando avevi la febbre
e tuo padre si affacciava sulla porta;
poi entrava; il sorriso suo leggero.
Ti afferrava il polso per raccoglierne il battito;
quel medico di tutti, che era tuo solo privilegio.
Ti osserva oggi dalla foto plastificata, 
sistemata sulla mensola del Presente.
“Chissà papà cosa avrebbe detto di tutto questo…”;
ma è un dire come su quel campanile l’ultima luce.
Per poco).

T.R.

Fabriano, 15 marzo 2020

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Funzioneremmo senza corrente elettrica?

Illustrazione di Marco Scalcione

La resilienza è per la metallurgia ciò che la consapevolezza è per la vita. Il contrario della fragilità, l’opposto della vulnerabilità. Non si tratta di indistruttibilità bensì di “capacità di sostenere gli urti senza spezzarsi”. Tale capacità appartiene a tutti i metalli ma non a tutti gli esseri umani. L’uomo per esercitare la resilienza deve averne consapevolezza. Il metallo nasce consapevole della sua resilienza, l’uomo no. L’uomo se la deve conquistare con l’esperienza, con l’audacia.
Io, te, noi tutti di cosa siamo realmente consapevoli?

Avversario della resilienza è pure la paura. L’allarme istintivo dell’essere umano che si attiva in caso di pericolo. L’uomo moderno si è inceppato. Il troppo comfort ha generato mille nuove paure. Paure piccole che si sommano tra loro a formare un mucchio. Il mucchio vince sul singolo. Ed ecco che abbiamo paura se lasciamo il carica batterie (del computer, del telefonino, della macchina fotografica) a casa, se perdiamo le chiavi di casa o della macchina (quante volte perdiamo le chiavi?), se non chiudiamo la porta di casa, la portiera della macchina (torni sempre indietro con il telecomando puntato a controllare che l’auto sia chiusa. Ed è sempre chiusa!). Queste minuscole paure si sommano quotidianamente monopolizzando il pensiero che non è mai nel presente.
Al presente si concede un’attenzione minima, quasi autogena, di sicuro ripetitiva.

Alla paura è associato il pericolo. Sento puzza di pericolo e il mio corpo si attiva. Scatta in avanti. Il cuore accelera. Che pericolo è lasciare il carica batterie a casa? Oppure perdere le chiavi di casa? Il pericolo vero della modernità è che il pianeta rimanga senza elettricità. A quel punto cosa più funzionerebbe? Il nostro cervello funzionerebbe senza corrente elettrica? Noi funzioneremmo? La questione è enorme, quasi metafisica – un eterno black-out – e la vita troppo organizzata per dar peso a tutto questo. Posso tornare quindi alla mia vita. E all’ansia delle minime cose – dimenticare il carica batterie a casa è una paura che può assorbirmi il presente.

Hai paura. Abbiamo paura. Avremo sempre più paura. E la paura frena. La paura blocca. E cosa frena se non la corsa. Che cosa blocca se non la volontà?

Resilienza al giorno d’oggi è prendere coscienza del presente. Basta questo a sostenere gli urti senza spezzarsi.

Almeno così mi pare di aver capito.

T.R.

(Ringrazio Marco Scalcione per avermi fatto dono della sua illustrazione. Onorata di poterlo ospitare nel mio blog, questo il suo sito: https://www.marcoscalcione.com/)

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Assieme a te

Foto di Andrea Broccoli

Avrei voluto – assieme a te –
camminare per questo campo
seguirne il solco
fragrante al passo.

Puntare lo sguardo all’intorno
senza comprendere
se non la vastità del momento.
[e nominarlo paesaggio]

Assieme a te avrei voluto
ascoltare i rintocchi bronzei
che s’odono in certi paesini di montagna
fatti di pietra e di eco.

Assieme a te…
ma non è mai stato
se non nel pensiero
nel mio pensiero solo.

(A mio padre)
T.R.

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Inno alle donne

Le donne sono fragili le donne sono agili le donne sono amate a volte detestate – le donne sanno fare le donne sanno dire le donne sanno amare le donne e il malaffare – le donne son gelose le donne son golose le donne alcune ariose altre tenebrose – le donne fanno figli le donne fanno danni le donne e i loro affanni le donne eppur le donne – le donne scritte a penna le donne disegnate le donne ricordate le donne vaneggiate – le donne sempre tese le donne che contese le donne consumate le donne abitate – le donne liberate le donne confinate le donne e i loro drammi le donne e i chilogrammi –  le donne in ogni dove le donne tutte quante le donne intere e le donne frante – le donne a esser donne non sanno che fortuna – le donne a esser donne non sanno che iattura…

T.R.

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Il computerista dilettante

Se schemi di uni e di zeri erano “come” schemi di vite e di morti umane, se ogni cosa riguardo a un individuo poteva venire rappresentata su un disco di computer mediante una lunga sfilza di uni e di zeri, ebbene, che razza di creatura sarebbe stata rappresentata da una lunga sfilza di vite e di morti? Una creatura, certo, di più alto rango: un angelo, un dio minore, un essere che viaggia dentro un UFO. Ci vorranno otto vite e morti umane, perlomeno, soltanto per formare una sola lettera del nome di questo essere sovraumano; e il suo dossier completo richiederà, forse, un notevole pezzo della storia del mondo. “Siamo cifre, noi, nel computer di Dio” pensava Frenesi, ovvero, più che pensarlo, lo mugolava fra sé e sé come una sorta di inno sacro “e l’unica cosa per la quale siamo buoni, essere morti o essere vivi, è l’unica cosa che Egli vede. Tutto ciò per cui ci disperiamo, tutto quello per cui ci si arrabatta e ci si scanna, in questo mondo di fatica e sangue, passa semplicemente inosservato agli occhi di quel computerista dilettante che chiamiamo Dio.”

(Thomas Pynchon – “Vineland”)

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Per quanto sta in te

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balía del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

(Constantinos Kavafis – “Settantacinque poesie”)

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Che fatica superba!

Ogni giorno è una zolla
che rimuove la terra
ma piantarvi il tuo seme
che fatica superba!

(Verso tratto da Poesie per Charles contenuto in “Alda Merini Fiore di poesia 1951-1997” – Einaudi Tascabili)

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Tutto che parla di tutto

Tutto, parlavamo
parliamo.
Era quello l’inferno è arrivato
tutto che parla di tutto:
indifferentemente a tutto indifferente
parla di noi queste voci
sono l’abisso il ronzio l’inferno
è giorno dopo giorno emerso l’adesso
è adesso e adesso parla Persefone.

(Prima parte di Parla Persefone contenuto in “A schemi di costellazioni” di Aldo Nove)

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Come una litania

Forio d’Ischia. Foto di Roberta Levato

Ischia, fischia
il mare
s’ammischia l’aire
con il sale
rischia al sole
il crepacuore
il pescatore
intento a fare
il suo mestiere.

Ischia, abbaia
il cane lungo la baia
senza padrone
né arcione
nitrisce il vento
afoso e denso
sorride al canto
il cuor contento.

T.R.

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Allo sfacelo

Ma è bene abitare nell’angoscia e sentire dalla paura i propri denti, è bene spingere la propria vita allo sfacelo e al mattino ricominciare daccapo.

(“Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare” – Bohumil Hrabal)

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Cantare

…Ma quando poi cominciammo a cantare
Le buone nostre canzoni insensate,
Allora avvenne che tutte le cose
Furono ancora com’erano state.

Un giorno non fu che un giorno:
Sette fanno una settimana.
Cosa cattiva ci parve uccidere;
Morire, una cosa lontana.

E i mesi passano piuttosto rapidi,
Ma davanti ne abbiamo tanti!
Fummo di nuovo soltanto giovani:
Non martiri, non infami, non santi.

Questo ed altro ci veniva in mente
Mentre continuavamo a cantare;
Ma erano cose come le nuvole,
E difficili da spiegare.

3 gennaio 1946

(Primo Levi – “Ad ora incerta”)

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La tua storia

La tua storia;
ripetuto passaggio
reiterato paesaggio
– aridi solchi,
e avidi e madidi –
che il pensiero finge
sulla perpetua terra del mondo.

T.R.

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Il vento e nient’altro

Il vento… È rimasto il vento.
Un vento lasco, raso terra, e il foglio
(quel foglio di giornale) che il vento
muove su e giù sul grigio
dell’asfalto. Il vento
e nient’altro. Nemmeno
il cane di nessuno, che al vespro
sgusciava anche lui in chiesa
in questua d’un padrone. Nemmeno,
su quel tornante alto
sopra il ghiareto, lo scemo
che ogni volta correva
incontro alla corriera, a aspettare
– diceva – se stesso, andato
a comprar senno. Il vento
e il grigio delle saracinesche
abbassate. Il grigio
del vento sull’asfalto. E il vuoto.
Il vuoto di quel foglio nel vento
analfabeta. Un vento
lasco e svogliato – un soffio
senz’anima, morto.
Nient’altro. Nemmeno lo sconforto.
Il vento e nient’altro. Un vento
spopolato. Quel vento,
là dove agostinianamente
più non cade tempo.

(Dopo la notizia contenuta in Giorgio Caproni Tutte le poesie edizione Garzanti)

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Cugine della stregoneria

La natura umana è sensibile all’autoinganno. Quante volte, per realizzare un nostro desiderio, abbiamo bisogno di fraintendere i desideri altrui? E in quanti casi usiamo delle parole pronunciate da un amico, da un genitore, da un amante, per sentirci autorizzati a fare ciò che in quelle parole non era affatto contemplato? Le parole sono ambigue, sfuggenti, risuonano in modo diverso a seconda della materia contro cui cozzano. E poiché – cugine della stregoneria – le parole spesso producono fatti, è importante capire di quali aspettative o malintesi sono gravide al momento di attraversare quel confine fatale.

(“La città dei vivi” – Nicola Lagioia)

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L’ultima tappa

Voci mute da sempre, o da ieri, o spente appena;
Se tu tendi l’orecchio ancora ne cogli l’eco.
Voci rauche di chi non sa più parlare,
Voci che parlano e non sanno più dire,
Voci che credono di dire,
Voci che dicono e non si fanno intendere:
Cori e cimbali per contrabbandare
Un senso nel messaggio che non ha senso,
Puro brusio per simulare
Che il silenzio non sia silenzio
A vous parle, compaings de galle:
Dico per voi, compagni di baldoria
Ubriacati come me di parole,
Parole-spada e parole-veleno,
Parole-chiave e grimaldello,
Parole-sale, maschera e nepente.
Il luogo dove andiamo è silenzioso
O sordo. È il limbo dei soli e dei sordi.
L’ultima tappa devi correrla sordo,
L’ultima tappa devi correrla solo.

10 febbraio 1981

(Voci, tratta da “Ad ora incerta” – Primo Levi)

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Il nuovo anno

Foto di Marilù Iaquaniello

Non chiederò al nuovo anno grandi cose.
Ha appena 5 giorni.
Non chiederò al nuovo anno cambiamenti improvvisi.
Mi basterà guardarlo espandersi un giorno con l’altro, in piccoli gesti che non sono ancora azioni ma lo saranno presto.
Chiederò invece a me stessa di aver pazienza.
Non darò peso ai lamenti del “non cambia mai nulla”, ai mestatori domestici, ai falsi autentici.
All’ottimismo sostituirò la consapevolezza, alla paura l’incanto dell’inatteso, alla vergogna la bellezza della sincerità.
Non ci sarà una lista dei buoni propositi.
Non ci saranno “grandi progetti”, ma il presente vivido da vivificare nel presente.
E se nulla cambierà, sarà comunque un cambiamento.
Prendere atto dell’evidenza.
Nutrire speranza nel futuro.
Non potrei domandare di più a questa creatura di appena 5 giorni, che mi accompagnerà per altri 360, senza stancarsi della mia presenza e senza giudicare le mie mancanze.
Dovremmo essere grati di esserci, in questo nuovo anno.
Di averlo visto scoccare nella mezzanotte di una notte piena di botti e di champagne.
In una notte piena di stelle.
Non me lo voglio scordare il momento della nascita.
Non me lo voglio proprio scordare…

T.R.

(Articolo pubblicato la prima volta su questo blog il 5 gennaio 2016)

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Non le avide strade

Foto di Marilù Iaquaniello

Non le avide strade
scomode di folla e di trambusto,
ma le strade svogliate del quartiere,
quasi invisibili per l’abitudine,
intenerite da penombra e da tramonto
e quelle più fuori
prive di alberi pietosi
dove austere casette si avventurano appena,
oppresse da immortali distanze…

(Verso tratto da Le strade di Jorge Luis Borges contenuta in “POESIE 1923-1976” edizione BUR)

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La terra di nessuno

Ogni chiave possiede una scanalatura che la rende adatta a una e una sola serratura. Allo stesso modo ogni individuo persegue una forma peculiare di gratificazione. Ne consegue che sia quasi impossibile ottenerla in accordo perfetto con qualcun altro, che combaci al profilo richiesto. L’incontro sessuale è perciò spesso frustrante o forzato almeno per uno dei due amanti se non per entrambi: si è quasi sempre un poco più in alto o più in basso, ci si adatta, o ci si sacrifica o si viene obbligati a farlo, a moltissimo si rinuncia fin dall’inizio, ad altre esigenze strada facendo. Si vorrebbe di più o di meno, o più velocemente o lentamente… A furia di mediazioni, si finisce per incontrarsi in una terra di nessuno, sconosciuta e aliena a entrambi; se concessioni non ne vengono fatte, l’uno diventa il mero strumento di piacere dell’altro, ma quando si riduce a questo, presto verrà distrutto e sostituito, logorato e sostituito, comparato e sostituito. Una volta retrocesso al ruolo di uno strumento, per quanto sofisticato e funzionale, un essere umano in poco tempo diventerà un relitto.

(Edoardo Albinati – “La scuola cattolica”)

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L’esistenza quotidiana

Illustrazione di Annalisa Premoli

Rifacendoti alle tue esperienze eri solito dire, scherzando amaramente, che ci andava troppo bene. Ma in un certo senso non era affatto uno scherzo. Quanto tu avevi ottenuto lottando, noi lo ricevevamo dalle tue mani, ma la lotta per l’esistenza quotidiana, che tu hai affrontato subito e che naturalmente nemmeno a noi viene risparmiata, la dobbiamo combattere più tardi, con forze infantili in età adulta.

(Franz Kafka – “Lettera al padre”)

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Mia voce, soltanto umana

Foto di Beniamino Pisati

Troppo scarsi occhi per tanta ricchezza,
o cuore troppo lento per tanto amore,
per tutto il sole, mia voce
soltanto umana

(Verso tratto da Dove io vedo, contenuta in “Tutte le poesie” – Andrea Zanzotto)

Per approfondire la conoscenza di questo fotografo andate al suo sito: http://www.beniaminopisati.com

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Fuga dalla coscienza

I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza.
Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni.
Queste fughe sono un vero momento di felicità.

(John M. Hull – “Il dono oscuro”)

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Un’affollata solitudine

Lavammare“, creazione grafica di Marilù Iaquaniello

… osservo, e gli estranei mi appaiono per quello che sono, che siamo, un gruppo di sopravvissuti ciascuno alla propria battaglia. Vedo una schiera di uomini e donne e bambini monchi di famigliari, amici, amanti; vedo folle di persone che hanno attraversato la morte e ne sono uscite ammaccate, disturbate, mai uguali. Veniamo tutti da un funerale (…); tutti abbiamo perso qualcuno e sappiamo quanto lunghissimo e ingiusto sia il tempo davanti a noi, il tempo senza quella persona. Il tempo che cominceremo a contare anno dopo anno, a partire dalla perdita. Delle vite degli altri non so molto, ma se aprissi uno spiraglio la mia solitudine diventerebbe affollata.

(“Addio fantasmi” – Nadia Terranova)

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A conti fatti

Altro gettone, altro giro

Foto di Beatrice Villari

A conti fatti qualche debito ce l’ho.
Verso la vita, per non averle dato sempre credito.
Verso le persone, spesso sottovalutate.
Verso certi tramonti, cui ho dato le spalle per stanchezza.
E infine verso la speranza, trattata come merce scadente.
Per alcuni di essi non c’è più remissione, lo so. A conti fatti mi toccherà il prezzo intero.
Tutt’al più ambire a un altro giro di giostra.

T.R.

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Sono questa donna

Sono questa donna e mi piace dedicarmi ai mestieri di casa, di tanto in tanto. Sono questa donna e mi piace ricevere fiori. Mi piace se un uomo mi dà la precedenza lungo la corsia del suo cuore. Mi piace sentirmi bisognosa d’amore. Sono questa donna grazie agli uomini che hanno creduto in me. Sono questa donna grazie alle donne che hanno creduto in me. Sono questa donna grazie alla pazienza di mia madre che ha accolto ogni mia scelta, scellerata o ponderata che fosse. Sono questa donna grazie alle possibilità economiche che mio padre mi ha garantito. Sono questa donna grazie ai memorabili pranzi domenicali con tutta la famiglia. Noi bambini in un tavolo a parte. Euforici di essere esclusi dal consesso adulto, poi, crescendo, desiderosi di esservi inclusi. Gli uomini nel grande tavolo parlavano del Napoli, della vendemmia, bestemmiavano sulle tasse. Le donne servivano a tavola e poi alla fine lavavano i piatti. Ogni singolo esempio di donna nella mia vita mi ha confermato che si vive la vita che si è scelta. E che vivere, così come amare, è decidere ogni giorno. Sono questa donna perché nel mio percorso non c’è mai stata alcuna forma di violenza, né fisica né verbale. Sono questa donna e ho imparato che la solidarietà tra donne è potente. Così come ho imparato a dovermi difendere dalla cattiveria di donne improbabili.

Sono questa donna e questa è la mia esperienza.

T.R.

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Prima di essere questo faro

Faro di Favaritx, Minorca (foto di Davide Tizzoni)

Prima di essere questo faro, ero un uomo e venivo spesso qui a contemplare il mare.
La tramontana in certe giornate era talmente forte da non darmi pace.
Questo è uno dei terreni geologici più antichi dell’isola. Il mare gioca con la roccia e, quando è incazzato, s’impenna ed esplode. Sulla roccia nera si formano allora pozze d’acqua. Ma l’acqua dura poco e al suo posto resta un sedimento bianco, il sale. E poi il suo odore.
Il giorno che sono diventato faro ricordo di essermi addormentato e di essermi svegliato dentro il buio – il buio, ora lo so, inizia dai promontori a sbranare il giorno. Avevo paura. Allora ho puntato i piedi, ho illuminato il pensiero e ho iniziato a girare su me stesso fino a radicarmi in profondità. È così che sono diventato ciò che sono.
Ora che non mi muovo più riesco finalmente a vedere il movimento del mondo. Le onde sono i pensieri, nel vento migrano i sogni. La roccia – nera e a strati – è la vita. Non potete nemmeno immaginare quante storie passino di qui. Storie di stormi e del loro stormire, di uomini e del loro contemplare; oggetti abbandonati, perduti, mozziconi di sigaretta, un fazzoletto.
Di tanto in tanto giunge qualcuno per sistemare le cose, ma non sempre ci riesce. Potrei rattristarmene, certo, ma non lo faccio. Dacché sono un faro ho capito che bisogna essere indulgenti con le illusioni degli uomini.

Prima c’è la luce poi il buio dopo il buio di nuovo la luce, la luce, il buio, la luce, il buio, e ancora luce e ancora buio…
Un fazzoletto.
Il buio. 

T.R.

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Un’affollata solitudine

corrusco

Lavammare“, creazione grafica di Marilù Iaquaniello

… osservo, e gli estranei mi appaiono per quello che sono, che siamo, un gruppo di sopravvissuti ciascuno alla propria battaglia. Vedo una schiera di uomini e donne e bambini monchi di famigliari, amici, amanti; vedo folle di persone che hanno attraversato la morte e ne sono uscite ammaccate, disturbate, mai uguali. Veniamo tutti da un funerale (…); tutti abbiamo perso qualcuno e sappiamo quanto lunghissimo e ingiusto sia il tempo davanti a noi, il tempo senza quella persona. Il tempo che cominceremo a contare anno dopo anno, a partire dalla perdita.Delle vite degli altri non so molto, ma se aprissi uno spiraglio la mia solitudine diventerebbe affollata.

(“Addio fantasmi” – Nadia Terranova)

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