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Il computerista dilettante

Se schemi di uni e di zeri erano “come” schemi di vite e di morti umane, se ogni cosa riguardo a un individuo poteva venire rappresentata su un disco di computer mediante una lunga sfilza di uni e di zeri, ebbene, che razza di creatura sarebbe stata rappresentata da una lunga sfilza di vite e di morti? Una creatura, certo, di più alto rango: un angelo, un dio minore, un essere che viaggia dentro un UFO. Ci vorranno otto vite e morti umane, perlomeno, soltanto per formare una sola lettera del nome di questo essere sovraumano; e il suo dossier completo richiederà, forse, un notevole pezzo della storia del mondo. “Siamo cifre, noi, nel computer di Dio” pensava Frenesi, ovvero, più che pensarlo, lo mugolava fra sé e sé come una sorta di inno sacro “e l’unica cosa per la quale siamo buoni, essere morti o essere vivi, è l’unica cosa che Egli vede. Tutto ciò per cui ci disperiamo, tutto quello per cui ci si arrabatta e ci si scanna, in questo mondo di fatica e sangue, passa semplicemente inosservato agli occhi di quel computerista dilettante che chiamiamo Dio.”

(Thomas Pynchon – “Vineland”)

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Per quanto sta in te

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balía del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

(Constantinos Kavafis – “Settantacinque poesie”)

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Che fatica superba!

Ogni giorno è una zolla
che rimuove la terra
ma piantarvi il tuo seme
che fatica superba!

(Verso tratto da Poesie per Charles contenuto in “Alda Merini Fiore di poesia 1951-1997” – Einaudi Tascabili)

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Tutto che parla di tutto

Tutto, parlavamo
parliamo.
Era quello l’inferno è arrivato
tutto che parla di tutto:
indifferentemente a tutto indifferente
parla di noi queste voci
sono l’abisso il ronzio l’inferno
è giorno dopo giorno emerso l’adesso
è adesso e adesso parla Persefone.

(Prima parte di Parla Persefone contenuto in “A schemi di costellazioni” di Aldo Nove)

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Come una litania

Forio d’Ischia. Foto di Roberta Levato

Ischia, fischia
il mare
s’ammischia l’aire
con il sale
rischia al sole
il crepacuore
il pescatore
intento a fare
il suo mestiere.

Ischia, abbaia
il cane lungo la baia
senza padrone
né arcione
nitrisce il vento
afoso e denso
sorride al canto
il cuor contento.

T.R.

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Allo sfacelo

Ma è bene abitare nell’angoscia e sentire dalla paura i propri denti, è bene spingere la propria vita allo sfacelo e al mattino ricominciare daccapo.

(“Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare” – Bohumil Hrabal)

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Cantare

…Ma quando poi cominciammo a cantare
Le buone nostre canzoni insensate,
Allora avvenne che tutte le cose
Furono ancora com’erano state.

Un giorno non fu che un giorno:
Sette fanno una settimana.
Cosa cattiva ci parve uccidere;
Morire, una cosa lontana.

E i mesi passano piuttosto rapidi,
Ma davanti ne abbiamo tanti!
Fummo di nuovo soltanto giovani:
Non martiri, non infami, non santi.

Questo ed altro ci veniva in mente
Mentre continuavamo a cantare;
Ma erano cose come le nuvole,
E difficili da spiegare.

3 gennaio 1946

(Primo Levi – “Ad ora incerta”)

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La tua storia

La tua storia;
ripetuto passaggio
reiterato paesaggio
– aridi solchi,
e avidi e madidi –
che il pensiero finge
sulla perpetua terra del mondo.

T.R.

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Il vento e nient’altro

Il vento… È rimasto il vento.
Un vento lasco, raso terra, e il foglio
(quel foglio di giornale) che il vento
muove su e giù sul grigio
dell’asfalto. Il vento
e nient’altro. Nemmeno
il cane di nessuno, che al vespro
sgusciava anche lui in chiesa
in questua d’un padrone. Nemmeno,
su quel tornante alto
sopra il ghiareto, lo scemo
che ogni volta correva
incontro alla corriera, a aspettare
– diceva – se stesso, andato
a comprar senno. Il vento
e il grigio delle saracinesche
abbassate. Il grigio
del vento sull’asfalto. E il vuoto.
Il vuoto di quel foglio nel vento
analfabeta. Un vento
lasco e svogliato – un soffio
senz’anima, morto.
Nient’altro. Nemmeno lo sconforto.
Il vento e nient’altro. Un vento
spopolato. Quel vento,
là dove agostinianamente
più non cade tempo.

(Dopo la notizia contenuta in Giorgio Caproni Tutte le poesie edizione Garzanti)

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Cugine della stregoneria

La natura umana è sensibile all’autoinganno. Quante volte, per realizzare un nostro desiderio, abbiamo bisogno di fraintendere i desideri altrui? E in quanti casi usiamo delle parole pronunciate da un amico, da un genitore, da un amante, per sentirci autorizzati a fare ciò che in quelle parole non era affatto contemplato? Le parole sono ambigue, sfuggenti, risuonano in modo diverso a seconda della materia contro cui cozzano. E poiché – cugine della stregoneria – le parole spesso producono fatti, è importante capire di quali aspettative o malintesi sono gravide al momento di attraversare quel confine fatale.

(“La città dei vivi” – Nicola Lagioia)

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L’ultima tappa

Voci mute da sempre, o da ieri, o spente appena;
Se tu tendi l’orecchio ancora ne cogli l’eco.
Voci rauche di chi non sa più parlare,
Voci che parlano e non sanno più dire,
Voci che credono di dire,
Voci che dicono e non si fanno intendere:
Cori e cimbali per contrabbandare
Un senso nel messaggio che non ha senso,
Puro brusio per simulare
Che il silenzio non sia silenzio
A vous parle, compaings de galle:
Dico per voi, compagni di baldoria
Ubriacati come me di parole,
Parole-spada e parole-veleno,
Parole-chiave e grimaldello,
Parole-sale, maschera e nepente.
Il luogo dove andiamo è silenzioso
O sordo. È il limbo dei soli e dei sordi.
L’ultima tappa devi correrla sordo,
L’ultima tappa devi correrla solo.

10 febbraio 1981

(Voci, tratta da “Ad ora incerta” – Primo Levi)

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Il nuovo anno

Foto di Marilù Iaquaniello

Non chiederò al nuovo anno grandi cose.
Ha appena 5 giorni.
Non chiederò al nuovo anno cambiamenti improvvisi.
Mi basterà guardarlo espandersi un giorno con l’altro, in piccoli gesti che non sono ancora azioni ma lo saranno presto.
Chiederò invece a me stessa di aver pazienza.
Non darò peso ai lamenti del “non cambia mai nulla”, ai mestatori domestici, ai falsi autentici.
All’ottimismo sostituirò la consapevolezza, alla paura l’incanto dell’inatteso, alla vergogna la bellezza della sincerità.
Non ci sarà una lista dei buoni propositi.
Non ci saranno “grandi progetti”, ma il presente vivido da vivificare nel presente.
E se nulla cambierà, sarà comunque un cambiamento.
Prendere atto dell’evidenza.
Nutrire speranza nel futuro.
Non potrei domandare di più a questa creatura di appena 5 giorni, che mi accompagnerà per altri 360, senza stancarsi della mia presenza e senza giudicare le mie mancanze.
Dovremmo essere grati di esserci, in questo nuovo anno.
Di averlo visto scoccare nella mezzanotte di una notte piena di botti e di champagne.
In una notte piena di stelle.
Non me lo voglio scordare il momento della nascita.
Non me lo voglio proprio scordare…

T.R.

(Articolo pubblicato la prima volta su questo blog il 5 gennaio 2016)

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Non le avide strade

Foto di Marilù Iaquaniello

Non le avide strade
scomode di folla e di trambusto,
ma le strade svogliate del quartiere,
quasi invisibili per l’abitudine,
intenerite da penombra e da tramonto
e quelle più fuori
prive di alberi pietosi
dove austere casette si avventurano appena,
oppresse da immortali distanze…

(Verso tratto da Le strade di Jorge Luis Borges contenuta in “POESIE 1923-1976” edizione BUR)

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La terra di nessuno

Ogni chiave possiede una scanalatura che la rende adatta a una e una sola serratura. Allo stesso modo ogni individuo persegue una forma peculiare di gratificazione. Ne consegue che sia quasi impossibile ottenerla in accordo perfetto con qualcun altro, che combaci al profilo richiesto. L’incontro sessuale è perciò spesso frustrante o forzato almeno per uno dei due amanti se non per entrambi: si è quasi sempre un poco più in alto o più in basso, ci si adatta, o ci si sacrifica o si viene obbligati a farlo, a moltissimo si rinuncia fin dall’inizio, ad altre esigenze strada facendo. Si vorrebbe di più o di meno, o più velocemente o lentamente… A furia di mediazioni, si finisce per incontrarsi in una terra di nessuno, sconosciuta e aliena a entrambi; se concessioni non ne vengono fatte, l’uno diventa il mero strumento di piacere dell’altro, ma quando si riduce a questo, presto verrà distrutto e sostituito, logorato e sostituito, comparato e sostituito. Una volta retrocesso al ruolo di uno strumento, per quanto sofisticato e funzionale, un essere umano in poco tempo diventerà un relitto.

(Edoardo Albinati – “La scuola cattolica”)

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L’esistenza quotidiana

Illustrazione di Annalisa Premoli

Rifacendoti alle tue esperienze eri solito dire, scherzando amaramente, che ci andava troppo bene. Ma in un certo senso non era affatto uno scherzo. Quanto tu avevi ottenuto lottando, noi lo ricevevamo dalle tue mani, ma la lotta per l’esistenza quotidiana, che tu hai affrontato subito e che naturalmente nemmeno a noi viene risparmiata, la dobbiamo combattere più tardi, con forze infantili in età adulta.

(Franz Kafka – “Lettera al padre”)

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Mia voce, soltanto umana

Foto di Beniamino Pisati

Troppo scarsi occhi per tanta ricchezza,
o cuore troppo lento per tanto amore,
per tutto il sole, mia voce
soltanto umana

(Verso tratto da Dove io vedo, contenuta in “Tutte le poesie” – Andrea Zanzotto)

Per approfondire la conoscenza di questo fotografo andate al suo sito: http://www.beniaminopisati.com

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Fuga dalla coscienza

I vedenti vivono nel mondo. Il cieco vive nella coscienza.
Da questa coscienza non c’è fuga, e se mai ce n’è una, è permessa solo di tanto in tanto nei sogni.
Queste fughe sono un vero momento di felicità.

(John M. Hull – “Il dono oscuro”)

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Prima di essere questo faro

Faro di Favaritx, Minorca (foto di Davide Tizzoni)

Prima di essere questo faro, ero un uomo e venivo spesso qui a contemplare il mare.
La tramontana in certe giornate era talmente forte da non darmi pace.
Questo è uno dei terreni geologici più antichi dell’isola. Il mare gioca con la roccia e, quando è incazzato, s’impenna ed esplode. Sulla roccia nera si formano allora pozze d’acqua. Ma l’acqua dura poco e al suo posto resta un sedimento bianco, il sale. E poi il suo odore.
Il giorno che sono diventato faro ricordo di essermi addormentato e di essermi svegliato dentro il buio – il buio, ora lo so, inizia dai promontori a sbranare il giorno. Avevo paura. Allora ho puntato i piedi, ho illuminato il pensiero e ho iniziato a girare su me stesso fino a radicarmi in profondità. È così che sono diventato ciò che sono.
Ora che non mi muovo più riesco finalmente a vedere il movimento del mondo. Le onde sono i pensieri, nel vento migrano i sogni. La roccia – nera e a strati – è la vita. Non potete nemmeno immaginare quante storie passino di qui. Storie di stormi e del loro stormire, di uomini e del loro contemplare; oggetti abbandonati, perduti, mozziconi di sigaretta, un fazzoletto.
Di tanto in tanto giunge qualcuno per sistemare le cose, ma non sempre ci riesce. Potrei rattristarmene, certo, ma non lo faccio. Dacché sono un faro ho capito che bisogna essere indulgenti con le illusioni degli uomini.

Prima c’è la luce poi il buio dopo il buio di nuovo la luce, la luce, il buio, la luce, il buio, e ancora luce e ancora buio…
Un fazzoletto.
Il buio. 

T.R.