La voce di Tolstoj

Sto frequentando “Avventure nel mondo“, un ciclo di 8 incontri per leggere “Guerra e Pace”. L’amico Paolo Nori coordina il gruppo. Siamo in 20. Ogni settimana ci viene assegnato un compito. Il compito della volta scorsa era “Descrivete Lev Tolstoj in cinque righe”. Premessa: durante il primo incontro Paolo ci ha fatto ascoltare la favola di Tolstoj, “Il lupo”, letta da lui medesimo. Di seguito riporto il compito di Carla che basa la sua descrizione proprio sull’ascolto della voce di Tolstoj. Buona lettura e grazie Carla.

Forse a causa, o forse per effetto, della lieve forma di prosopagnosia* di cui soffro, tendo a fare attenzione alle voci delle persone, anche quando parlano una lingua che non conosco. La voce di Tolstoj, più precisamente la voce di Tolstoj del 1908, è la voce di un vecchio. È stanca e forte, risuona e ha colore. Urla imita incalza ribalta accusa e istruisce, tentenna… ma rimane salda, come sanno esserlo solo le voci abituate a impartire ordini eppure capaci anche di canzonare bonariamente. È una voce con le pause e le non pause al punto giusto, come sanno fare le voci che dicono solo cose che sono state ragionate e che sanno avere dubbi. Infine è una voce che forse si può paragonare alla storia, non solo perché la percorre nel tempo e nello spazio, ma anche perché proprio come la storia giunge irripetibile e inaspettata…

*Prosopagnosia: incapacità di riconoscere, esclusivamente sulla base dei caratteri fisionomici, persone ben note, che invece sono ben riconosciute dal suono della voce. 

Gli altri

E poi ci sono gli altri. Gli altri sono le idee degli altri, i valori degli altri, i pregiudizi degli altri, la memoria degli altri, l’esempio degli altri, i racconti degli altri, i bisogni degli altri, l’amore degli altri. Gli altri ci servono. Per legittimarci, per giustificarci, per affermarci. La società è il luogo popolato dagli altri. Nella società ci siamo noi e gli altri. Tutti unici e insostituibili. Si dice che agire per sé è egoismo. Agire per gli altri è altruismo.
Io invece ho capito una cosa. Che se agisco per me, tutto diventa più facile anche con gli altri. Amando me, li alleggerisco. Li deprivo cioè della responsabilità di dovermi amare e del senso di colpa di non farlo nel modo giusto. Amare gli altri, rispettarli, significa liberarli dal peso delle mie necessità. Significa essere a posto con me stessa. Nell’egoismo puro, quello senza malignità né rivalsa, vige l’essenza dell’amore. Ogni persona amata da me sa che io scelgo di amarla. Pare poco, invece è tutto. Sottraggo all’amore per me una fetta di amore per loro. Senza chiedere nulla in cambio.
Non avanza spazio laddove c’è completezza.

Grazie F., ora l’ho capito! 

 

 

 

Citazione

L’uomo diventa sempre più furbo e più debole

La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. (…) La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!
Ma non è questo, non è questo soltanto.
Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. (…) Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prosperano malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. (…) Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

(Italo Svevo – La coscienza di Zeno)

Mala sorte e cazzimma

Ci vuole un po’ di mala sorte sennò la vita è troppo comoda. E nella comodità non c’è evoluzione. Non che si debba evolvere a forza, chi lo dice? Però la mala sorte ha un vantaggio: seleziona. Seleziona gli amici, per esempio. Così come il tempo e le energie. Tuttavia la mala sorte è subdola. Bisogna fare attenzione a non lasciarsi traviare dal vittimismo, sua appendice fisiologica. Il mantra del “poverino io” ti s’insinua nel cervello e hai voglia a farlo smettere. Ma pure smette, prima o poi. Ed è allora che bisogna cacciare fuori la cazzimma. E non si tratta di quella furbizia opportunistica di chi ce l’ha innata e non se l’è dovuta conquistare. La cazzimma a seguito di mala sorte è una virtù e chi la pratica, un illuminato.

Sono questa donna

Sono questa donna e mi piace dedicarmi ai mestieri di casa, di tanto in tanto. Sono questa donna e mi piace ricevere fiori. Mi piace se un uomo mi dà la precedenza lungo la corsia del suo cuore. Mi piace sentirmi bisognosa d’amore. Sono questa donna grazie agli uomini che hanno creduto in me. Sono questa donna grazie alle donne che hanno creduto in me. Sono questa donna grazie alla pazienza di mia madre che ha accolto ogni mia scelta, scellerata o ponderata che fosse. Sono questa donna grazie alle possibilità economiche che mio padre mi ha garantito. Sono questa donna grazie ai memorabili pranzi domenicali con tutta la famiglia. Noi bambini in un tavolo a parte. Euforici di essere esclusi dal consesso adulto, poi, crescendo, desiderosi di esservi inclusi. Gli uomini nel grande tavolo parlavano del Napoli, della vendemmia, bestemmiavano sulle tasse. Le donne servivano a tavola e poi alla fine lavavano i piatti. Ogni singolo esempio di donna nella mia vita mi ha confermato che si vive la vita che si è scelta. E che vivere, così come amare, è decidere ogni giorno. Sono questa donna perché nel mio percorso non c’è mai stata alcuna forma di violenza, né fisica né verbale. Sono questa donna e ho imparato che la solidarietà tra donne è potente. Così come ho imparato a dovermi difendere dalla cattiveria di donne improbabili.

Sono questa donna e questa è la mia esperienza.